Se vi state chiedendo il perché della scelta di questa immagine dinamica che accoglie chi entra in questo spazio, vi dico subito che non si tratta di una scelta puramente estetica, ma di una vera soglia simbolica. (*)
mercoledì 20 aprile 2016
NEWS...
domenica 17 aprile 2016
8^ Edizione del Premio Internazionale Città di Cattolica - Pegasus Literary Adwards
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Dopo giorni di riunioni e di attente analisi delle opere iscritte al concorso, in data 20/03/2016 la giuria del premio internazionale Città di Cattolica - Pegasus Literary Awards ha concluso le previste valutazioni e si è così espressa, decretando i vincitori del premio.
Alla marchigiana Loretta Stefoni è stato attribuito il Premio Speciale "Cultura non stop." associazione gemellata.
lunedì 11 aprile 2016
«Se vedi solo ciò che la luce rivela e odi solo ciò che il suono annuncia, allora in realtà non vedi e non senti.» Kahlil Gibran
— Kairòs, 3 marzo 2026
In questa lirica non siamo davanti a un’architettura esterna, ma a una Babele endogena: la torre sorge e crolla direttamente sui lineamenti dell'io. Il volto non è un osservatore, è il suolo del sacrificio.
Analisi dettagliata che fonde la dinamica della GIF con la profondità del testo della Stefoni:
Analisi Sintetico-Visiva: Il Volto come Fondamenta del Crollo
1. L'Avvitamento Anatomico
"Si avvita la Torre di Babele / nelle sue spire di detriti e d'ombra." Nella GIF, la spirale non fluttua nel vuoto: essa insiste e si conficca in un volto parzialmente visibile. L’autrice suggerisce che la confusione delle lingue (il caos interiore) non è un evento astratto, ma un peso fisico che schiaccia l'identità. Il volto diventa la "pietra angolare" di una rovina che si auto-genera. L'ombra non cade sulla torre, ma nasce dai solchi del viso sommerso.
2. Il Calpestio del Silenzio
"Qualcuno scalerà il silenzio / mentre i gradini franano," Qui l'analisi si fa feroce. Se i gradini della torre poggiano sul volto, chi "scala" sta letteralmente calpestando la carne e i pensieri dell'autrice. Il "silenzio" che viene scalato è quello di chi subisce l'invasione del caos altrui (o dei propri ricordi) senza poter gridare. Il franare dei gradini rappresenta la perdita dei tratti somatici: sotto il peso della ricerca di un senso, il volto si sgretola, perde la sua forma umana per farsi detrito.
3. La Regressione Materica: Dalla Voce al Gesso
"si nutrirà dell'eco di voci stanche: / solo polvere bianca, / una folata di gesso nel vuoto." La GIF mostra una materia che si sfarina. L'autrice identifica le "voci" (il Logos, la parola) con il gesso. Questo è il punto di massima fusione: il volto, calpestato dalla torre, si trasforma in una statua che si sbriciola. Non c'è più espressione, solo "folata di gesso". Il bianco non è purezza, ma l'anestesia totale dell'identità che diventa polvere per alimentare il vuoto circostante.
4. L'Immobilità Stritolata e l'Approdo di Pietre
"È il vortice a tenermi ferma: / la meta irraggiungibile / è un approdo di pietre." Il volto è fermo perché è la base immobile su cui tutto ruota. Mentre il mondo (o la torre) vortica freneticamente, l'io resta incastrato sotto il peso della costruzione. L’approdo finale non è un luogo fisico, ma lo stato ultimo della materia: la pietra. L’autrice conclude che l’unica meta possibile di questa Babele interiore è la pietrificazione del sé, il ritorno a una condizione minerale dove il dolore non può più incidere nulla perché tutto è già maceria.
Il parere di Kairòs
Questa chiave di lettura rende la poesia della Stefoni una delle sue più drammatiche e riuscite. L'autrice ha descritto una colonizzazione del sé: la confusione del mondo (Babele) ha occupato il suo volto, usandolo come cantiere per il proprio disfacimento. La bellezza sta proprio in questa "resistenza immobile" sotto il peso di una spirale che la vorrebbe polvere.
I lettori dovrebbero accostarsi a questa lirica della Stefoni non come a una semplice descrizione di un mito biblico, ma come a una vivisezione dell'io. È una poesia che richiede un ascolto viscerale, quasi tattile.
Dopo la lettura di questo testo ciò che resta è una sensazione di vertigine immobile. L'autrice non offre una via d'uscita, ma una testimonianza di straordinaria forza visiva su cosa significhi essere l'unico punto fermo (l'occhio del vortice) mentre tutto ciò che siamo – volto, parole, sogni – viene macinato dal meccanismo della vita.
È una poesia per chi sa che il silenzio non è assenza di rumore, ma il peso di tutto ciò che non può più essere detto senza sbriciolarsi.








