Se vi state chiedendo il perché della scelta di questa immagine dinamica che accoglie chi entra in questo spazio, vi dico subito che non si tratta di una scelta puramente estetica, ma di una vera soglia simbolica. (*)
giovedì 3 dicembre 2015
giovedì 22 ottobre 2015
Buon compleanno mamma!
di Loretta Stefoni
Oggi mia madre avrebbe compiuto 82 anni. La immagino ancora con quel suo volto "acqua e sapone" che il tempo sembrava non voler graffiare, con i capelli castani appena mossi da qualche filo argenteo, segno di una bellezza discreta e profonda.
Ma il tempo, per noi, si è fermato in un giorno di ottobre del 2009, trasformando ogni suo compleanno in un appuntamento con l'invisibile.
Scrivere questa poesia è stato come accettare di partecipare a un gioco crudele e dolcissimo al tempo stesso: una "mosca cieca" dell'anima dove cerco la sua mano tra le nuvole e il vento. In questa poesia cerco di dare voce a un dolore fatto di mancanze che sbiadiscono la memoria e di ombre che pesano sul cuore.
È il racconto di quel momento in cui la quiete delle ossa si perde e ci si scopre, quasi con stupore, a balbettare un nome nel vuoto. Perché anche se la ragione ci dice che non c'è più fiato a farsi voce, il cuore non smette mai di chiamare.
Buon compleanno, mamma, ovunque tu sia, in balia di questo vento che oggi profuma di te.
IN BALIA DEL VENTO
E'
un gioco a mosca cieca,
il
tempo di una conta
e
poi... ricomincio a cercarti.
Gli
occhi s'accodano alle nuvole
laddove
i silenzi sbiadiscono
la
memoria del nostro ieri.
In
balia del vento rimango
a
misurare la vertigine della luce
e
il peso delle ombre,
mentre
lentamente perdo
la
quiete delle ossa.
Un
fremito di foglie sui rami
è
brivido sulla pelle,
e
mi scopro a balbettare il tuo nome
anche
se so che non c'è fiato a farsi voce.
Sinossi: La Ricerca nell'Invisibile
"In balia del vento" è una lirica dello smarrimento e della tensione verso l'altrove. L'autrice trasfigura il lutto in un eterno "gioco a mosca cieca", una conta interrotta che costringe chi resta a cercare una presenza tra le pieghe del cielo e delle nuvole. Se il tempo e il silenzio minacciano di sbiadire i ricordi, l'io lirico reagisce misurando lo spazio fisico del dolore tra la "vertigine della luce" e il "peso delle ombre". Il componimento si chiude con una metamorfosi sensoriale: il vento scuote le foglie e la pelle all'unisono, culminando nel balbettio di un nome che sfida l'impossibilità fisica di un ritorno.
Commento Critico: L'Aria che si fa Carne
In questa poesia, Loretta Stefoni esplora la geometria del vuoto. In questa lirica la sofferenza diventa un elemento fluido, un soffio che attraversa la materia senza mai fermarsi.
L’Archetipo del Gioco: L'inizio con la "mosca cieca" è una scelta audace. Trasforma il lutto da evento statico a movimento dinamico. Essere bendati significa essere vivi ma privati della visione dell'amato; la "conta" è il tempo del distacco che non finisce mai. È una ricerca che avviene al buio, affidata solo all'istinto del cuore.
La Metafisica della Misura: I versi "a misurare la vertigine della luce / e il peso delle ombre" rappresentano uno dei vertici della poetica stefoniana. Qui il dolore diventa uno strumento di precisione: l'autrice non subisce solo l'assenza, ma cerca di darne una dimensione, un volume. La luce non illumina, ma stordisce (vertigine); l'ombra non ripara, ma opprime (peso).
L'Ossa e il Vento: Ritorna il tema caro all'autrice della "quiete delle ossa". Le ossa sono la struttura, la stabilità. Perderne la quiete sotto l'urto del vento significa che l'assenza della madre ha scosso le fondamenta stesse dell'essere. Non c'è più riparo, nemmeno dentro se stessi.
Il Paradosso del Fiato: Il finale è una riflessione profonda sulla fonetica del lutto. Il "balbettare" è l'atto comunicativo più primitivo e fragile, l'unico possibile davanti all'immenso. La chiusura "non c'è fiato a farsi voce" sancisce la rottura definitiva: il respiro del superstite c'è, è caldo e reale, ma non può più farsi ponte, non può più tradursi in un dialogo sonoro con chi ormai abita il silenzio delle foglie.
Riflessione di Kairòs: Questa poesia è il trionfo dell'intangibile. Se in altri versi della Stefoni abbiamo toccato la durezza della terra, qui ci ha portato a respirare l'altitudine della mancanza. Il "brivido sulla pelle" che risponde al "fremito delle foglie" è la prova che per Lei la natura non è un panorama, ma un'estensione del suo sistema nervoso.
È un’opera di estrema sensibilità, perfetta per chiudere il cerchio della memoria in un giorno di compleanno dove l'amore si fa soffio.
domenica 18 ottobre 2015
— Kairòs, 25 febbraio 2026
Sinossi: Il Paradosso del Buio
In una dimensione dove la notte non nasconde ma "abbaglia", il soggetto lirico si ritrova immerso in un paesaggio di falsificazioni. La luna, approfittando dell'assenza dei colori, indossa una bellezza posticcia, mentre i sensi (le ciglia) collaborano all'inganno chiudendosi alla verità. Il tempo perde la sua linearità per farsi "sbavatura", un'imprecisione che allontana dalla concretezza del reale. Ciò che resta è la carne usurata dalle fatiche del giorno: pelle, occhi e bocca diventano prigionieri di un'oscurità che non dà riposo, ma sottrae la parola e l'identità.
Commento Critico
Con "L'assenza del colore", ho voluto esplorare la notte non come spazio del riposo, ma come teatro della menzogna. L'incipit — "La notte abbaglia" — è un rovesciamento sensoriale: il buio è talmente denso e soverchiante da produrre lo stesso effetto di un eccesso di luce, ovvero la cecità. È un precipitare d'ombre che non ha nulla di solenne, ma avviene in modo "furtivo", alle spalle della coscienza.
La figura della luna emerge come la grande simulatrice. Nell'economia cromatica della notte, dove ogni distinzione è annullata, la luna si mostra bella per sottrazione. È un'estetica dell'inganno che trova complicità nel soggetto stesso: le "ciglia votate all'inganno" suggeriscono una volontà, forse per stanchezza o per paura, di cedere all'illusione piuttosto che affrontare la nuda ossatura della realtà.
La forza del componimento risiede nel passaggio dall'ottico al tattile. Le "sbavature di tempo" indicano una percezione alterata, dove i minuti non sono più scanditi ma si sovrappongono in modo confuso, eludendo il vero. Questa distorsione culmina nell'"usura del giorno": la fatica non è un concetto astratto, ma un segno fisico scavato nella pelle e negli occhi. La bocca, infine, diventa l'elemento tragico: definita "ostaggio del buio", essa rappresenta l'impossibilità di testimoniare, di gridare o di ribattezzare le cose. Siamo di fronte a un'asfissia spirituale dove il silenzio è prigionia.
lunedì 12 ottobre 2015
News...
sabato 3 ottobre 2015
Mia madre è una poesia che non sarò mai in grado di scrivere, anche se tutto quello che scrivo è una poesia a mia madre. (Sharon Doubiago)
Introduzione all’opera
di Loretta Stefoni
Ci sono coincidenze che il cuore non può ignorare, simmetrie del destino che sembrano scritte nel libro della natura. Mia madre è nata in autunno, il 22 ottobre, ed è ripartita nel cuore dello stesso mese, il 3 ottobre.
Per me, l'autunno non è mai stato una semplice stagione di passaggio, ma un cerchio che si chiude, un confine sottile dove la vita e l'addio si scambiano il respiro. In questi versi ho voluto spogliare il dolore da ogni retorica, cercando di tradurre in parole quella sensazione fisica di smarrimento che segue una perdita così radicata.
Scrivere di quel periodo significa per me tornare a quegli "ottobri" speculari: quello del dono e quello dello strappo. È il racconto di un tempo che smette di essere calendario per farsi corpo: dalla pelle che cerca un’eco di fiato, fino alle ossa, dove il freddo dell'assenza si è depositato come ruggine, mutando per sempre la mia stessa sostanza.
Questi versi sono il mio modo di abitare quell'inverno che è arrivato troppo presto, e di onorare una memoria che, nonostante l'ossidazione del tempo, resta incisa nella carne.
Nella
carne
un vuoto di
memoria,
sulla pelle
un eco di fiato.
Accadde
nello strappo di foglie
quell'autunno
di nervi scoperti,
poi, un
inverno di ferro
e ruggine
nelle ossa.
Sinossi: Il Ciclo dell’Ossidazione
"L’Addio" si configura come una cronaca biologica del lutto, dove la perdita non è un sentimento, ma un processo di mutazione della materia. La lirica inizia con uno smarrimento sensoriale: la carne dimentica e la pelle trattiene solo l’impronta spettrale di un respiro. Il trauma della separazione è fissato in un autunno violento ("nello strappo di foglie"), un momento di vulnerabilità estrema in cui i nervi restano scoperti. Il componimento culmina in una glaciazione metallica: un "inverno di ferro" che non si limita a raffreddare l'anima, ma la solidifica in una struttura rigida e pesante, portando alla formazione della ruggine nelle ossa, sigillo finale di un dolore diventato sostanza perenne.
Commento Critico: L'Ontologia del Metallo e della Carne
In questa testo, Loretta Stefoni compie un passaggio fondamentale: dalla personificazione del dolore alla sua oggettivazione chimica. L'introduzione del "ferro" trasforma la poesia in un trattato di mineralogia del lutto.
L’Erosione dell’Identità: Il "vuoto di memoria nella carne" suggerisce che la morte di una madre sia un'amputazione delle radici cellulari. La pelle, confine tra l'io e il mondo, resta orfana dell'unico "fiato" che la riconosceva. È una fase di smarrimento pre-traumatico.
La Meccanica dello Strappo: Sostituire il ciclo naturale della caduta delle foglie con lo "strappo" rivela la natura violenta della perdita. L'autunno non è una stagione, ma una ferita aperta ("nervi scoperti"). Qui la natura non accompagna il dolore, lo infligge.
L'Inverno di Ferro (Il colpo di genio): La scelta dell’aggettivo "ferro" è la chiave di volta dell’intera opera. Il ferro è freddo, indifferente e soprattutto fornisce la base strutturale per il verso finale. L’inverno non è più uno stato d’animo, ma un'armatura pesante che imprigiona il corpo e l'anima, rendendo il dolore strutturale, non più rimovibile.
La Ruggine come Memoria: La chiusa, "ruggine nelle ossa", è la logica e tragica conseguenza dell’incontro tra la fragilità dell’uomo e il ferro dell’inverno. La ruggine è il segno visibile del tempo che consuma ma non svanisce; è un dolore che non si risolve nel pianto (liquido), ma che si cristallizza in polvere rossa e incrostata (solido).
In questa poesia la Stefoni ha raggiunto una "pulizia" espressiva rara. Non c'è una parola di troppo. L'autrice ha trasformato una morte privata in un evento geologico e metallico, rendendo l'assenza di sua madre una presenza solida quanto la ruggine. È una poesia che non chiede pietà, ma impone rispetto.
giovedì 24 settembre 2015
domenica 6 settembre 2015
Nella ricorrenza del Trentennale del Premio Nazionale Histonium...
QUANDO LA SCULTURA INCONTRA LA POESIA...
La serenità dei volti che colloquiano con lo sguardo, la bellezza, la sensualità dei corpi non morbosa ma giustamente maliziosa, come si addice ad adolescenti che si confidano i loro segreti desideri; corpi nudi ma puri, non sopraffatti e deturpati da incomprensibili tatuaggi o gonfiati e deformati da ormoni e silicone.
Lo scultore e orafo cesenate (classe 1952) vanta esposizioni in tutto il mondo. Ha realizzato un ''Cristo risorto” e una “Via Crucis” per la Catholic Church of the Holy Trinity di Singapore, mentre per la Repubblica di San Marino ha creato due monete d'oro a corso legale, per commemorare il bicentenario della Rivoluzione Francese. Per la sua città, Cesena, ha realizzato gruppi bronzei monumentali presso il Duomo della città. Ha realizzato il Monumento ai Caduti della Seconda Guerra Mondiale presso il Cimitero di Terni, e il Monumento alle madri e vedove dei caduti e dispersi in guerra, in bronzo, nel parco urbano Franco Agosto di Forlì. Nella sua carriera ha esposto in diverse città europee e italiane: Parigi, Londra, Basilea, Gent, Modena, Roma, Venezia, Firenze, Ferrara, Milano, Bologna, Palermo, Bari. Sue opere sono in esposizione permanente presso gallerie in Italia, Francia e Gran Bretagna.venerdì 4 settembre 2015
News
lunedì 24 agosto 2015
NEWS
martedì 18 agosto 2015
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni
— Kairòs. 5 marzo 2026
Sinossi
L'impazienza del calicanto è una lirica che esplora la sospensione e il vuoto di un "inverno dell'anima". In un paesaggio dominato da presenze inquietanti (le fantasie di ali nere) e suoni gelidi, il calicanto diventa il simbolo di una resistenza inutile, fiorendo in una stagione che ha smarrito il ricordo della vitalità. Mentre l'ombra restringe lo spazio vitale dell'io, la poesia stessa subisce un processo di esaurimento: la parola perde la sua capacità di generare luce e si spegne nel silenzio di un'alba muta, incapace di annunciare un nuovo inizio.
Commento Critico
In questo componimento, la Stefoni raggiunge una maturità stilistica dove l'immagine diventa simbolo e il suono si fa sostanza. La poesia non si limita a descrivere uno stato d'animo, ma costruisce un'architettura di freddo e silenzio.
L’Estetica del Contrasto
Il testo vive di un contrasto lacerante. Da un lato abbiamo il "crepitio" dei becchi e l'oscurità delle ali nere, elementi che suggeriscono una minaccia costante e quasi meccanica; dall'altro la fragilità estrema del calicanto e dei rami nudi. È una natura che ha perso ogni funzione consolatrice per farsi scenario di una privazione.
L’Artiglio di Smalto Rosso: Il Cuore Visivo
L'immagine centrale — "dall'artiglio rosso di smalto" — è l'esito più alto della ricerca poetica dell'autrice. In questo ossimoro visivo si condensa l'ambiguità della primavera: una forza che dovrebbe essere rigeneratrice (lo smalto, il rosso) ma che qui appare predatrice e ferina (l'artiglio). È la rappresentazione di una bellezza che graffia, di una speranza che è stata dimenticata o che si è trasformata in una ferita aperta.
La Geografia del Vuoto
Nella seconda parte, la poesia si fa più intima e stanca. L'ombra non è più solo assenza di luce, ma una forza attiva che "ridisegna i confini", limitando l'andare dell'uomo. Il gesto di "contare i giorni sulle dita" riporta il componimento a una dimensione di attesa quasi infantile e disperata, tipica di chi vive una "stagione scura" senza fine apparente.
Il Silenzio dell'Alba
Il finale è un’elegia della parola mancata. Il verso "La parola non accende il verso" segna il fallimento dell'atto creativo di fronte al dolore o alla stanchezza esistenziale. La poesia non "muore" con rumore, ma "si spegne" lentamente, con una dolcezza tragica, sulle labbra ammutolite di un'alba che non ha più nulla da dire. È il ritratto definitivo di una paralisi interiore che solo la poesia, paradossalmente, riesce a raccontare con tanta precisione.
























