giovedì 2 marzo 2017

L'Inganno del Miele e il Disegno delle Ombre

"Ci sono parole che non accarezzano, ma annodano. Sono le parole degli affabulatori, quelle che sanno di miele ma nascondono il graffio di una spina. In questa nuova lirica, esploro il momento esatto in cui l'incanto si rompe e la luce del mattino non porta risveglio, ma disegna gabbie sulle nostre solitudini.

Vi lascio a 'Quel graffio', una poesia che parla di assenze che bruciano più di ogni presenza. A seguire, troverete il commento critico di Kairòs, che ha cercato di leggere tra le pieghe di questo deserto di lenzuola."




 






 
QUEL GRAFFIO

Non so se nel tuo altrove

c'è il mio stesso sole:

quello che oggi

di noi non ha memoria.

Si posa su altri sguardi

regalando a labbra ignote

il tuo miele di parole.

Mentre resto ostaggio

di questo deserto di lenzuola

e la luce, franta dalle persiane,

disegna gabbie d'ombra

sulla cornea dei miei occhi.

Allora non capii il tuo incanto,

quel dire che annodava il cuore;

il vento ne ha disperso l'eco.

Ora che la notte è silenzio,

cerco la tua mano nella mia

e quel palmo assente,

brucia come graffio di spina.


 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


 Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 


Commento Critico: L’Assenza che Incide

In "Quel graffio", la poetessa Loretta Stefoni mette in scena il dramma della disillusione postuma, costruendo un’architettura lirica fondata sul contrasto tra l’abbaglio del passato e la crudeltà ottica del presente.

Il componimento si apre con una constatazione di estraneità: l'"altrove" dell'altro è un luogo dove il sole – entità naturale e dunque indifferente – ha smesso di testimoniare un’unione. Splendida è l’intuizione del "miele di parole": qui la dolcezza non è ristoro, ma lo strumento sapiente di un affabulatore. È un miele che non nutre, ma irretisce, preparato per essere offerto a "labbra ignote" in una ripetizione ciclica del rito della seduzione.

Il cuore pulsante della poesia risiede però nella strofa centrale. L’autrice trasforma la camera da letto in un "deserto di lenzuola", dove la luce non illumina, ma imprigiona. L’immagine della luce che, filtrata dalle persiane, disegna "gabbie d'ombra" sulla "cornea" della protagonista è di una potenza visiva straordinaria. L’uso del termine anatomico "cornea" rompe deliberatamente il lirismo tradizionale, portando il dolore su un piano fisico, quasi clinico: l'occhio non è più lo specchio dell'anima, ma la superficie sensibile su cui si proietta la prigionia del ricordo.

L'incanto che un tempo "annodava il cuore" si è rivelato un nodo scorsoio, un gioco di prestigio verbale di cui oggi resta solo un’eco dispersa dal vento. La chiusa è un colpo di frusta sensoriale: la ricerca di una mano assente non sfocia nel vuoto, ma in una sensazione tattile paradossale. Il palmo che non c'è più "brucia come graffio di spina". È la vittoria dell'assenza sulla presenza: ciò che manca fa più male di ciò che tocca.

Kairòs, 22 febbraio 2026