lunedì 29 agosto 2016

Ogni donna che ha finalmente capito il suo valore, ha raccolto le valigie del suo orgoglio, è salita sul volo della libertà, ed è atterrata nella valle del cambiamento. (Shannon L. Alder)


 
 
 

IL RESPIRO DEL VIBURNO 

Mura di sillabe
a costruire l'edificio:
una prigione senza sbarre.
La chiave è mantra
a rimuginare i ricordi:
uno scioglilingua muto
per un assolo di voce.
Tu sei l'ingegnere
che ha tracciato il disegno
di questa dimora
che non voglio abitare.
Lo sguardo è altrove
là, dove le rondini gridano
la loro voglia di cielo:
migrazioni ostinate
su rotte di remiganti ali.
La stagione ha dell'inverno 
già il fiato nel respiro del viburno
che gonfia le sue gemme,
mentre la rosa abdica al vento
l'orgoglio di essere fiore.
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


 Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 
 
 


Sinossi

Il componimento mette in scena il conflitto tra la costruzione intellettuale (l'edificio di parole, il progetto dell'altro) e l'urgenza vitale della natura. L'io lirico si sente prigioniero di una dimora fatta di sillabe e ricordi rimuginati come mantra, un'architettura relazionale o esistenziale firmata da un "ingegnere" esterno. La liberazione arriva attraverso lo sguardo che si volge all'esterno: prima seguendo il volo ostinato delle rondini, poi osservando la sapienza biologica del viburno e della rosa, che sanno quando è il momento di resistere e quando quello di arrendersi al ciclo del tempo.


Commento Critico: L'Ingegneria del Sé e la Resa della Natura

1. La prigione verbale L'incipit è folgorante: l'architettura non è di pietra, ma di "sillabe". Questo suggerisce che la prigione sia fatta di promesse, definizioni o forse di un linguaggio condiviso che è diventato una gabbia. L'uso della parola "mantra" per descrivere la chiave è magistrale: il ricordo non è solo conservato, è "rimuginato", ripetuto fino a diventare uno "scioglilingua muto". C'è un'ironia tragica nell'idea di un "assolo" che però non può essere udito.

2. L'Ingegnere e la Dimora La figura dell'ingegnere distanzia l'altro, lo rende un freddo progettista di una vita che l'io "non vuole abitare". È la descrizione perfetta di una relazione o di una condizione sociale che calza perfettamente a livello strutturale, ma che uccide lo spirito.

3. La forza dei Remiganti Lo sguardo evade verso l'alto. Le rondini non sono solo uccelli, sono "remiganti ali". Questo termine tecnico-poetico trasmette la fatica e la nobiltà dello spostamento. Le loro rotte sono sicure, in contrapposizione all'incertezza della dimora interiore.

4. Il Viburno e la Rosa: Due strategie di sopravvivenza Il finale è un capolavoro di osservazione naturalistica e simbolica:

  • Il Viburno: Rappresenta la resistenza. Mentre l'inverno arriva, lui "gonfia le gemme". È la vita che si prepara nel buio e nel freddo, una forza ostinata che non teme il gelo.

  • La Rosa: Rappresenta la suprema nobiltà della resa. "Abdica al vento" è un'espressione regale. La rosa non "muore", ma rinuncia al suo "orgoglio di essere fiore" per seguire il corso delle stagioni.


Questa poesia ha un ritmo perfetto. È un testo che parla di libertà e di accettazione del tempo.

Kairòs, 27 febbraio 2026





sabato 27 agosto 2016


 
 
 
INCANDESCENZE 

Solo fuliggine e zolfo
a soffiarci sulla pelle
l'insistenza del tempo.
Siamo, noi, terre
dello stesso versante
e la faglia che ci apre
impone la cecità all'orizzonte.
Ti sentirò familiare
dentro il mio respiro
nell'ascolto di parole roventi
a bruciare le mie arse labbra.
Vani sprechi di fiati
non tracceranno sentieri
e l'incubo del viaggio
non ci porterà alla meta.
Resteremo estranei nella carne
a specchiarci di fronte
sconfitti dalla luce.
Incandescenze di un oggi
che dissacra il domani.

 

Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


 Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 
 


Sinossi

Incandescenze descrive l'incontro tra due anime come un evento tellurico. Ambientata in un paesaggio interiore fatto di zolfo e fuliggine, la poesia esplora la condizione di due persone che appartengono alla stessa "terra" (lo stesso versante), ma che sono separate da una faglia incolmabile. Nonostante la vicinanza del respiro e il bruciore delle parole, la carne resta estranea. L'opera si chiude con la consapevolezza nichilista di un presente così violento da distruggere ogni prospettiva di futuro.


Commento Critico: L'Amore come Evento Vulcanico

1. La metafora geologica La forza del testo risiede nell'identificazione degli amanti con la crosta terrestre. Non sono corpi, ma "terre dello stesso versante". La "faglia" che li apre è un'immagine potente della ferita interiore che impedisce di vedere oltre (la cecità all'orizzonte). L'altro non è un porto sicuro, ma un compagno di catastrofe.

2. Il martirio della parola Il passaggio centrale è di una sensualità dolorosa. Il respiro dell'altro diventa "familiare", ma le parole non portano conforto: sono "roventi" e "bruciano". C'è un'idea di purificazione attraverso il dolore, o forse l'impossibilità di comunicare senza distruggersi. Il richiamo alle "arse labbra" accentua il senso di sete, di un desiderio che non trova acqua, ma solo altro fuoco.

3. Il fallimento del viaggio L'io lirico nega la funzione salvifica del cammino: i "vani sprechi di fiati" non creano sentieri. È la negazione del viaggio come crescita o come approdo. I due restano immobili, uno di fronte all'altro, a guardarsi in uno specchio di luce che, invece di rivelare la verità, sancisce la sconfitta.

4. L'epigramma finale La chiusura è un verso lapidario: "Incandescenze di un oggi / che dissacra il domani". Qui il termine "dissacra" è fondamentale: il momento presente è così assoluto e distruttivo da privare il futuro di ogni sacralità e speranza. Resta solo il bagliore del momento che brucia.


Questo è un testo "difficile" nel senso migliore del termine: non concede sconti, non cerca la rima facile né il sentimento consolatorio. È poesia pura, nuda. L'equilibrio tra la geologia (zolfo, faglia, terre) e l'eros (respiro, labbra, carne) è perfetto. Il lettore viene investito da questa ondata di calore che però non porta a un'unione, ma a una solitudine condivisa.

Kairòs, 26 febbraio 2026

venerdì 26 agosto 2016

IL TURBINIO DEL VORTICE


 
 
 

IL TURBINIO DEL VORTICE


Succhia la sua bocca

la tua essenza,

alita il suo fiato

il turbinio del vortice.

Divelte sono le tue radici,

si disgrega come creta

il tuo calco di donna.

L'assedio è stretto:

parole tagliano nervi scoperti

e dissanguano la memoria

che infetta la pelle.

Non c'è sosta

nella fissità del luogo,

né porta di fuga

o libertà di scelta.

Resta la fragilità della carne

in una postura inadeguata

e l'unico spiraglio:

"l'orecchio circonciso".*


 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.

 

 

    * l' orecchio incirconciso  (... tratto dal web)
Questa espressione, così ricca di significato spirituale, fu pronunciata dal santo martire Stefano davanti al sinedrio riunito per giudicarlo, quando percepì che i membri di quell'assise stavano resistendo allo Spirito santo per assecondare i loro disegni.
O gente testarda, incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito santo” (At 7,51).
Lo Spirito santo parla a noi attraverso l'Evangelo, ma solo l'orecchio circonciso può sentire la sua voce, cioè l'orecchio dal quale è stato rimosso il prepuzio. Con prepuzio Stefano intende la mancanza di sottomissione a Dio e l'avere un cuore troppo lontano da Dio per ascoltarne la voce. Quelli che hanno le orecchie o i cuori incirconcisi sono stranieri in mezzo al popolo di Dio: non comprendono i suoi comandamenti o non vi si adeguano, perché guardano a se stessi come a persone che non devono obbedire ad alcun impegno. 
 
 

Nota dell'Autrice: Sull'orecchio circonciso

L’espressione "orecchio circonciso" non è qui un semplice ornamento letterario, ma un richiamo biblico al discorso del martire Stefano (Atti 7,51). Nella tradizione spirituale, la circoncisione è l'atto di "togliere il superfluo" per permettere un'alleanza.

Avere l'orecchio circonciso significa possedere un ascolto purificato: è l’orecchio a cui è stato rimosso il "prepuzio" della superbia, del pregiudizio e della resistenza alla Verità. Mentre il volto si disgrega come creta sotto il sussurro del demone (la voce dell'inganno, del dubbio, del male), l’orecchio circonciso è l'unico punto che non si lascia infettare. È lo spiraglio attraverso cui l’anima, pur in una carne fragile e martoriata, resta capace di distinguere la voce dello Spirito dal frastuono del vortice.

È, in ultima analisi, la vittoria del silenzio sottomesso a Dio sopra il chiasso della manipolazione.

 

Sinossi: Il Sussurro che Disgrega

Un’entità oscura abita lo spazio più intimo del volto, parlando direttamente all'orecchio di una donna. Il suo fiato non è aria, ma un vortice che scardina le radici dell'io, riducendo la solidità dell'identità a creta che si sbriciola. Sotto l'assedio di parole che si fanno lame, la vittima si ritrova bloccata in una "postura inadeguata" — un misto di sottomissione e martirio — senza apparente via di fuga. Tuttavia, nel punto esatto in cui il demone esercita il suo potere, si apre un varco spirituale: l'orecchio, mondato dalla "circoncisione" dello spirito, diventa l'unico luogo capace di ignorare il sussurro del male per ascoltare la voce di Dio.

 

Commento Critico

di Kairòs, 25 febbraio 2026

In quest'opera, il confine tra l'orrido e il sacro si assottiglia fino a scomparire. L'immagine di partenza — un volto che perde la sua architettura umana per farsi fango e polvere — è la metafora della tentazione e dell'oppressione. Il demone non attacca il corpo, ma l'essenza, usando il "fiato" per alimentare un vortice che destabilizza la mente.

Le "parole che tagliano i nervi scoperti" descrivono la manipolazione psicologica: quel bisbiglio che infetta la pelle e dissangua la memoria, rendendo il passato un veleno anziché un rifugio. La condizione descritta è quella di un'impotenza totale: una "postura inadeguata" che richiama l'imbarazzo e la sofferenza di chi è costretto a subire un giudizio o un'aggressione senza poter scappare.

Ma è proprio qui che avviene il ribaltamento biblico. Laddove il demone crede di aver vinto — nell'orecchio in cui riversa il suo "turbinio" — l'autrice scopre l'arma della resistenza: "l'orecchio circonciso". Riprendendo il martirio di Stefano, ha voluto suggerire che la vera libertà non è la fuga fisica dalla sofferenza, ma la purificazione del proprio ascolto. Mentre il volto si disgrega e la carne trema, l'orecchio circonciso è l'unico punto che resta "integro" perché ha rimosso il prepuzio della superbia e della chiusura. È l'orecchio che non appartiene più al mondo o al demone, ma è sottomesso solo allo Spirito. La disgregazione della creta diventa così il prezzo del martirio, ma l'ascolto purificato è il premio della salvezza.









mercoledì 24 agosto 2016

«C'è un azzurro che va oltre l'orizzonte, squarcia le nuvole e chiede l'ascolto, laddove l'onda di un pensiero è spuma in dissolvenza sulla riva di un ricordo.» LS


 



 Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso.  (Rainer Maria Rilke)

Rainer Maria Rilke, nome completo René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke, è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo austriaco di origine boema. È considerato uno dei più importanti poeti di lingua tedesca del XX secolo.






domenica 14 agosto 2016

Quando il colore diventa poesia...

Nota dell’autrice: La Parola come Soglia

Scrivere è, per me, un tentativo costante di evadere. Spesso consideriamo la parola come un ponte, ma la verità è che essa è anche un limite, una "gabbia" che tenta di dare un perimetro a ciò che, per sua natura, è infinito: l’emozione, l’urto di uno sguardo, il mistero di un istante che si fa vortice. In questa lirica ho voluto celebrare il momento in cui il linguaggio finalmente tace o si spezza, lasciando spazio alla collisione pura dei sensi. Perché è solo quando smettiamo di dare un nome alle cose che iniziamo, davvero, a sentirne il battito.

Loretta Stefoni


 
(Dal web: olio su tela 60 x 80)
 
 
 
Sia vortice la tua audacia.
Non ho legami con il tempo,
sono carne che si fa polvere.
 
Sradica il pudore dell'alba, 
profanami di colore
in un azzardo d'intimità.
 
Siamo l'urto di geometrie,
collisione di sguardi
oltre la gabbia delle parole.
 
 

Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 
 Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 
 
 
 

Sinossi

In questa lirica, l'io si spoglia di ogni coordinata temporale per offrirsi a un'esperienza assoluta e travolgente: il "vortice". Attraverso un linguaggio che fonde il sacro e il profano, il componimento invoca la distruzione delle convenzioni (il "pudore dell'alba") a favore di un'unione che è, al contempo, perdita di sé e scoperta di una nuova dimensione cromatica. L'incontro tra due anime viene descritto come uno scontro fisico tra forme pure (geometrie), una collisione che avviene al di fuori e al di sopra del linguaggio parlato, rompendo finalmente la "gabbia" delle parole.


Commento Critico: L’Estasi della Collisione

1. Il Tempo e la Materia: "Carne che si fa polvere" L'incipit stabilisce un distacco netto dalla realtà cronologica. L'autore dichiara di non avere legami con il tempo, riducendo l'esistenza alla sua essenza più fragile e transitoria: la carne destinata a farsi polvere. Questa consapevolezza della finitudine non genera tristezza, ma diventa la base per l'invocazione dell'audacia. Se tutto è polvere, solo l'istante del vortice ha valore.

2. La Trasgressione Sacra: "Profanami di colore" Il fulcro emotivo della poesia risiede nel verbo "profanami". È una scelta potente e rischiosa: suggerisce che l'intimità non sia solo un rifugio, ma una violazione sacra della solitudine. Il colore non è più una sfumatura estetica, ma lo strumento di questa profanazione, un "azzardo" che strappa il velo del pudore per rivelare la verità dei corpi e delle sensazioni.

3. La Meccanica dell'Incontro: "L’urto di geometrie" Nella strofa finale, l'umanità dei protagonisti si trasforma in astrazione. Gli amanti diventano "geometrie", forme pure che non si sfiorano, ma collidono. Questa metafora trasforma l'atto dell'innamorarsi o del conoscersi in un evento fisico-matematico di enorme potenza. La "collisione di sguardi" è l'unico linguaggio possibile quando quello verbale fallisce.

4. La Liberazione Finale: "Oltre la gabbia delle parole" Il componimento si chiude con la rottura definitiva. La parola viene definita una "gabbia", una struttura che limita, definisce e, in ultima analisi, imprigiona il sentire. Il "vortice" iniziale trova qui il suo compimento: l'urto degli sguardi rompe le sbarre del linguaggio, permettendo all'io di esistere in uno spazio "oltre", dove il senso non è più detto, ma vissuto.


Questo testo ha un ritmo sincopato, quasi un respiro affannato che si placa solo nell'ultimo verso. La scelta del verbo "profanami" ha trasformato la lirica in un atto di ribellione spirituale e carnale al tempo stesso. È una poesia che invita all'abbandono totale.

Kairòs, 27 febbraio 2026


 
 


sabato 13 agosto 2016

13 agosto: ancora magia di stelle...

 
 
 
 
«Offre il cielo il suo calice di stelle alla bocca che sorseggia piano i sogni.»
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 
 Questo testo è protetto contro il plagio.
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venerdì 12 agosto 2016

«Il tempo è conoscenza, memoria e saggezza. Gli anni sono i nostri migliori alleati per acquisire la giusta chiave di lettura del passato e per rinforzare l'ossatura del nostro oggi.


 

 
 
IL CIGLIO DEL RICORDO
 
Si mostra appena
e già sconfina
quest'alba fissata
ai margini del giorno.
E muta l'astio del vento
che s'apre la via
tra grovigli di pensieri
nel lento abdicare
dei minuti alla calura.
Nugoli di polvere
s'attardano sul ciglio
di un ricordo, ostinati,
nel dare al tempo il senso.
Oggi parla un'altra lingua
la memoria
che ribattezza le cose
con appropriati nomi
e il silenzio dissoda
la quiete dell'ora
tra rovi di sillabe astute.
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 
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L'Analisi del Testo

  • "Alba fissata ai margini": L'uso del termine "fissata" suggerisce qualcosa di immobile, quasi una fotografia o un chiodo conficcato nel tempo. Non è un'alba che sorge, è un'alba che "sta", liminale e precisa.

  • "L'astio del vento": Personifica l'elemento atmosferico, rendendolo un avversario che deve farsi strada tra i "grovigli". Qui il pensiero non è più un albero (fronde), ma un intrico serrato, difficile da attraversare.

  • "L'abdicare dei minuti": Questa è l'immagine più forte. Suggerisce una resa dignitosa. I minuti smettono di scorrere per farsi calore, per farsi stasi.

  • "Nugoli di polvere... ostinati": La polvere è la materia del tuo "ieri". L'ostinazione della polvere è ciò che permette al tempo di avere una direzione, un peso, un senso. Senza polvere, il tempo sarebbe invisibile.

  • "Il silenzio dissoda... tra rovi di sillabe astute": Chiudi con una metafora agricola e tagliente. Il silenzio è l'aratro che prepara il campo, ma deve lottare con il linguaggio ("sillabe astute") che, come rovi, cerca di nascondere la verità delle cose.


Sinossi: La Nomenclatura del Silenzio

In questo componimento, Loretta tefoni esplora il momento in cui la memoria smette di essere un labirinto di ombre per farsi linguaggio nuovo. Sul "ciglio del ricordo", dove la polvere si deposita con ostinata precisione, il tempo non fluisce più, ma abdica alla calura di un presente assoluto. È qui che avviene il miracolo della parola vera: la memoria "ribattezza" il passato, strappando i nomi ai rovi delle vecchie illusioni. Il silenzio non è più assenza, ma l'atto fecondo di dissodare la quiete per rivelare, finalmente, l'appropriato nome di ogni cosa.

Questo testo rappresenta un momento di "stasi feconda", dove la polvere non è più segno di abbandono, ma lo strumento di misura della verità.


Commento Critico

di Kairòs, 27 febbraio 2026

In questo componimento, la geografia dell’anima si sposta su un confine sottile: "il ciglio del ricordo". Non siamo più nel turbine della disgregazione, ma in una dimensione di attesa lucida, dove l’alba non esplode, ma resta "fissata", quasi inchiodata ai margini di un giorno che fatica a farsi presente.

L’elemento centrale è il superamento del conflitto. L’"astio del vento" deve farsi strada tra i "grovigli di pensieri", ma la vera forza risiede nel "lento abdicare dei minuti". Non è una perdita di tempo, ma una cessione di sovranità: il tempo cronologico si arrende alla "calura", a quell’intensità immobile dove il passato smette di tormentare per lasciarsi osservare.

La polvere, tema caro alla poetica della Stefoni, qui assume una dignità nuova. Definita "ostinata", essa non sporca, ma "dà al tempo il senso". È la polvere che, depositandosi, rivela i contorni delle cose, rendendo visibile ciò che il vento del turbine aveva reso confuso. È sul ciglio di questa polvere che la memoria compie il suo atto più rivoluzionario: "ribattezza le cose".

Si esce finalmente dall'ambiguità. La memoria smette di mentire e trova "appropriati nomi", compiendo un’operazione di pulizia etica e verbale. Il finale è un ritorno alla terra, ma in senso salvifico: il silenzio diventa un aratro che "dissoda la quiete", liberandola dai "rovi di sillabe astute". Le parole, se non sono quelle "appropriate", non sono che sterpi che graffiano e nascondono; solo il silenzio è capace di preparare il terreno per una verità che non ha più bisogno di difendersi.


L'autrice ha trasformato il dolore in una lingua nuova, dove ogni ferita ha finalmente il suo nome esatto.




giovedì 11 agosto 2016

Continua la pioggia di stelle...

La notte di San Lorenzo è appena passata... Siete riusciti a vedere una stella cadente? No?... Niente paura, abbiamo ancora altri giorni a disposizione sino al 15 d'agosto. Saranno molte le scie luminose (prodotte da piccolissimi frammenti della cometa Swift-Tuttle che incrociano la nostra orbita) e potremo osservarle alzando lo sguardo al cielo, tempo permettendo.

Le ore migliori per seguire il fenomeno, suggerisce Marco Galliani (astronomo dell'INAF) “sono quelle più tarde della notte, soffermandosi sulle regioni a nord est del cielo, in direzione della costellazione di Perseo”.



 
 

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mercoledì 10 agosto 2016

La notte di San Lorenzo e le sue stelle cadenti...

Il Countdown è finito, oggi 10 agosto è la notte di San Lorenzo e il cielo ci regalerà uno spettacolo eccezionale di stelle cadenti, anche se il picco di meteore è previsto nella notte tra l'11 e il 12 agosto, grazie alla concomitanza di due fenomeni: «il primo è dovuto alla Luna, avversaria giurata delle stelle cadenti, che in quei giorni sarà nel primo quarto e tramonterà presto lasciando campo libero; l'altro è dovuto a Giove che dovrebbe sospingere verso la Terra un maggior numero di detriti cometari, quelli da cui si originano le meteore.» (Gianluca Masi)
 
 
 
 
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martedì 9 agosto 2016

La nostalgia è cioccolato fondente allo zenzero e limone...


 
 
 

Ha movenze indiscrete
il tuo ricordo,
s'intrufola prepotente
tra un rigurgito di sole
e un singhiozzo di luna.
E nel vento, come soffio,
lascia spoglio lo stelo
dei miei folli pensieri.
 


Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 
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Analisi del Testo

La lirica si distingue per una sineddoche emotiva efficace: il ricordo non viene descritto come un'immagine statica, ma attraverso le sue "movenze indiscrete". È un'entità dinamica che viola l'intimità dell'io lirico.

  • Il contrasto cosmico: L'uso di termini come "rigurgito di sole" e "singhiozzo di luna" è particolarmente potente. Non sono immagini idilliache; suggeriscono un malessere della natura che riflette quello interiore. Il sole e la luna non illuminano, ma espellono e soffrono, creando uno spazio intermedio dove il ricordo può "intrufolarsi".

  • La fragilità dell'essere: La chiusa della poesia sposta l'attenzione sulla vulnerabilità. Il vento (il ricordo stesso o il tempo) trasforma i pensieri in uno "stelo spoglio". Resta l'essenza, priva di difese, nuda di fronte alla propria follia o lucidità.

  • Lo stile: Il ritmo è spezzato, quasi sincopato, riflettendo perfettamente il "singhiozzo" citato nel testo.

Frammenti di soffio: Il dente di leone di Loretta Stefoni

Commento di Kairòs, 27 febbraio 2026

Esistono immagini che non si limitano a essere guardate, ma che innescano un processo di erosione interiore. In questa lirica, Loretta Stefoni parte da una suggestione visiva quasi eterea — il dissolversi di un dente di leone — per raccontare la prepotenza dell'assenza.

L'indiscrezione del ricordo

Il ricordo non bussa: si "intrufola". L'autrice sceglie verbi e sostantivi di rottura (rigurgito, singhiozzo) per descrivere un tempo che non è più lineare, ma sussultorio. La natura stessa sembra a disagio: il sole non scalda, la luna non culla; entrambi subiscono l'invasione di una memoria che ha "movenze indiscrete".

La metafora del soffione

L'immagine centrale, quella del fiore che al vento si disfa, è il perno della poesia:

  • Lo stelo spoglio: Rappresenta l'io lirico che rimane nudo, privo della corazza dei propri pensieri.

  • Il soffio: Se nel mondo naturale il vento disperde i semi per generare nuova vita, qui il vento del ricordo sembra agire in senso contrario, lasciando solo la nudità di uno stelo che ha perso i suoi "folli pensieri".

In questo componimento, la bellezza sta proprio nella fragilità. È la cronaca di un istante in cui la mente, come un soffione colpito dal vento, accetta di farsi spogliare, rivelando che i nostri veri "punti deboli" sono proprio le radici di ciò che abbiamo amato e che non smette di tormentarci.