domenica 28 febbraio 2016





L'ANGOSCIA DELL'OLTRE

C'è sempre un mare
che chiede occhi,
una gomena che cede
e un porto che dà l'addio.
Il viaggio ha il suo timone
che chiede mani,
ma il destino è nel respiro
quiete ed ansia d'olfatto
con i suoi giochi assurdi:
sferzate sghembe di vento
aggiogate alla forza del callo.
E l'angoscia dell'oltre,
approdo non voluto,
si sazia di indotte paure.
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

 Testo è protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 
 
Sinossi e l'analisi critica a cura di Kairòs, 1 marzo 2026

Sinossi

"L'angoscia dell'oltre" utilizza la potente allegoria della navigazione notturna per rappresentare l'esistenza umana. La vita è descritta come un distacco necessario ("un porto che dà l'addio") e un impegno fisico e spirituale costante, dove l'uomo è chiamato a governare il proprio "timone" contro l'imprevedibilità degli eventi ("sferzate bizzarre di vento"). Il viaggio, tuttavia, non è un percorso sereno: è dominato dalla precarietà della materia ("una gomena che cede") e dalla tensione dei sensi. La lirica si conclude con l'inevitabile approdo all'ignoto: una morte non cercata, che trasforma l'incertezza del post-mortem in un'angoscia che si nutre delle paure umane.


Analisi Critica a cura di Kairòs

In questa lirica, la poetica di Loretta Stefoni si fa esistenzialismo puro, trasformando l'elemento acquatico in un deserto liquido e oscuro dove l'individuo è solo di fronte al proprio destino.

1. La Dialettica della Partenza

Il componimento si apre con una triade di immagini di rottura: il mare che "chiede occhi" (la necessità di vigilare e guardare l'abisso), la gomena che "cede" e il porto che "saluta". Non è una partenza celebrativa, ma un abbandono forzato. La Stefoni coglie perfettamente la passività dell'essere gettati nel mondo: è il porto a dare l'addio, lasciando l'anima in balìa di un mare che non offre certezze.

2. Il Lavoro del Vivere: Il Callo e il Fiato

Il cuore della poesia risiede nel contrasto tra la volontà umana e l'assurdità del caso.

  • Il "timone che chiede mani" e la "forza del callo" rappresentano l'etica del fare, la resistenza dell'uomo che, nonostante la tempesta, tenta di mantenere la rotta.

  • Tuttavia, questo sforzo fisico è costantemente minacciato da una dimensione sensoriale instabile: l'"ansia d'olfatto". È un'intuizione profonda: il destino non si vede nel buio della tempesta notturna, si "annusa", si percepisce come un presentimento viscerale nel respiro.

3. L'Oltre come Approdo Negato

La chiusa della poesia è una riflessione definitiva sulla morte, intesa non come meta agognata, ma come "approdo non voluto".

"E l'angoscia dell'oltre [...] si sazia di indotte paure"

L'uso del verbo "saziarsi" attribuisce alla morte una qualità quasi predatrice. L'angoscia della fine non è un vuoto, ma una presenza che cresce e si nutre delle fragilità psicologiche dell'uomo ("paure indotte"). Qui la tempesta marina svanisce per lasciare posto alla tempesta dell'anima: il viaggio termina non con una pace ritrovata, ma con il confronto finale con l'ignoto che ha tormentato l'intera navigazione.

Conclusione

L'opera si distingue per un ritmo serrato e un vocabolario che fonde il linguaggio marinaresco con quello psicologico. La scelta di mantenere termini astratti nella chiusa sottolinea proprio l'impalpabilità della fine, quel "non luogo" che, pur essendo certo, rimane per l'uomo la sfida più difficile da navigare.

 
 
 
 
 


giovedì 25 febbraio 2016


 
 
 

L'AMBIVALENZA DELLA LUCE
(Viaggio nella psiche: terra d'ombre) 

Non porterà, con sé, la notte
lo specchio rotto che non resse sguardi.
Alle dita il rischio del taglio
per decifrare l'intermittenza seducente 
che strappa al dubbio ogni difesa.
L'ambivalenza della luce
offende già dilatate pupille,
mentre nebbie di pensieri
s'infervorano oltre l'acuto sibilo 
che scava parole loquaci 
tra densità di silenzi.
Ora, solo ora s'indaga l'ombra
e si ripercorrono orme sparse d'assenze.
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

 Questo testo è protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 
 


 

Sinossi

L’ambivalenza della luce è un viaggio analitico nei territori della psiche, dove la ricerca della verità non è un processo pacifico, ma un atto cruento. Attraverso l'immagine di uno specchio infranto — simbolo di un'identità frammentata che non regge più il confronto con lo sguardo — l'io lirico accetta il rischio di ferirsi per decifrare i segnali contrastanti di una realtà interiore "seducente e avversa". La luce stessa, solitamente simbolo di chiarezza, diventa qui un elemento aggressivo che offende le pupille dilatate dal buio, obbligando a una discesa finale nelle proprie ombre per rintracciare il senso di ciò che è andato perduto.



Commento Critico a cura di Kairòs, 2 marzo 2026

In questo componimento ci si addentra in un simbolismo quasi espressionista, dove il bianco e il nero si scontrano senza mediazioni.

Lo Specchio e il Sangue

Il testo si apre con una negazione potente: la notte non può cancellare i resti del passato. Lo "specchio rotto" è l'emblema di una crisi conoscitiva: la propria immagine non è più unita, e tentare di rimetterne insieme i pezzi comporta inevitabilmente un "taglio". È bellissima l'idea che la conoscenza richieda un sacrificio fisico (le dita ferite); non c'è introspezione senza dolore.

La Luce come Offesa

L’originalità della lirica risiede nel rovesciamento del concetto di luce. Essa non è salvezza, ma ambivalenza: è una radiazione che "offende" l'occhio abituato all'oscurità. Questo passaggio suggerisce che la verità spesso arriva troppo presto o troppo forte, abbagliando chi è ancora immerso nelle "nebbie di pensieri". La pupilla dilatata è il segno di una psiche che sta cercando disperatamente di vedere nel buio, e che viene ferita dall'improvviso chiarore della consapevolezza.

Fonetica e Silenzio

Il cuore del componimento è attraversato da un contrasto acustico: l' "acuto sibilo" che scava "parole loquaci". C'è un'energia quasi violenta in questa operazione di scavo, dove il linguaggio deve farsi strada tra "densità di silenzi". La parola poetica non scivola via, ma viene estratta a fatica da un vuoto che oppone resistenza.

Conclusione: L'archeologia dell'assenza

Il finale riporta la poesia a una dimensione meditativa. Dopo il trauma della luce e il rumore del sibilo, resta l'indagine dell'ombra. Le "orme sparse d'assenze" sono la traccia di ciò che non c'è più, una mappatura del vuoto che solo ora, dopo aver accettato la ferita e l'abbaglio, può essere finalmente percorsa con onestà.






martedì 23 febbraio 2016

«Avremmo bisogno di tre vite: una per sbagliare, una per correggere gli errori, una per riassaporare il tutto.» (Alberto Jess)

L'Abitare il Precipizio: Dove il Vuoto si fa Dimora

Esistono luoghi dell’anima dove le coordinate del mondo consueto svaniscono, lasciando spazio a un’architettura dell’assenza. In questa opera, la parola di Loretta Stefoni incontra la vertigine visiva di una sedia sospesa, un oggetto sottratto alla sua funzione di riposo per farsi simbolo di una resistenza estrema.

Non è una caduta, quella che state per osservare, ma una scelta: la scelta di chi, nel naufragio delle certezze e nell’ambiguità dei confini, decide di non cedere alla gravità del nulla. Tra radure di nebbia e lande desolate, il legno sferzato dal vento diventa l'unico "assetto" possibile.

Questa composizione è un invito a guardare lo strappo nell'orizzonte non come una ferita, ma come l'unico varco verso l'ignoto. È la celebrazione di una solitudine geometrica che, pur senza terra sotto i piedi, trasforma il precipizio nella sua sola, umile dimora.

Vi lasciamo al dialogo tra l'immagine e il verso, dove il silenzio si addensa e il ricordo si fa respiro.

 
18/04/2015
 
 
 
L'AMBIGUITÀ DEI CONFINI

Al di là del respiro
 
 
s'addensa il ricordo.
 
Una radura di nebbie,
in lande desolate,
s'apre al viaggio solitario.
Non c'è corpo a patire l'attesa,
solo il legno che imbarca la notte,
mentre il vento sferza
e, sotto, il gorgo del nulla affanna.
L'accidia dei grigi è ferma,
l'ambiguità dei confini preme;
una sedia sfida la gravità
senza offrirsi al riposo.
Si può cercare solo il taglio:
quello strappo nell'orizzonte
di chi ha fatto del precipizio
la sua sola, umile dimora.


Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
Chi ne fa un uso improprio è soggetto alle sanzioni di legge.



SINOSSI CRITICA: L’Abitare il Precipizio

In questa opera, l’autrice Loretta Stefoni compie un viaggio radicale verso il limite estremo dell'essere. La sedia, solitamente simbolo di riposo, stabilità e domesticità, viene qui sradicata dal suo contesto naturale e proiettata in un'estetica del vuoto, trasformandosi in un monumento alla resistenza solitaria.

I Pilastri della Visione secondo Kairòs:

  • Il Paesaggio dell'Assenza: La "radura di nebbie" e le "lande desolate" non sono solo coordinate geografiche, ma stati della mente. L'autrice descrive un luogo dove il tempo è sospeso e il corpo scompare ("non c'è corpo a patire l'attesa"), lasciando che sia la materia inerte — il legno della sedia — a farsi carico del peso della notte e del ricordo.

  • La Sfida alla Gravità: Il fulcro della lirica risiede nel paradosso della sedia che "sfida la gravità senza offrirsi al riposo". Qui Loretta Stefoni suggerisce che l'identità non si definisce più per ciò che possiede o per dove poggia, ma per la sua capacità di galleggiare nel caos, mantenendo la propria forma nonostante le sferzate del vento e l'affanno del "nulla" sottostante.

  • L’Accidia del Grigio: L’uso del termine "accidia" per descrivere i toni cromatici del cielo è una scelta d'impatto. Indica una stagnazione morale e visiva, un'indifferenza del mondo che "preme" sull'individuo. In questo grigio indistinto, l'unico atto di volontà possibile è la ricerca del "taglio": una lacerazione necessaria per rompere l'ambiguità dei confini.

  • La Metafora della Dimora: Il finale ribalta completamente la percezione della caduta. Il precipizio smette di essere una minaccia per diventare una "umile dimora". L’autrice propone una filosofia dell’accettazione: non si fugge dal vuoto, lo si abita. La vertigine non è più un sintomo di paura, ma la condizione stessa dell'esistenza autentica.


Conclusione

L'unione tra la GIF e il testo crea un corto circuito emotivo: lo spettatore/lettore è costretto a confrontarsi con la propria "sedia vuota", con quel punto fermo che ognuno di noi cerca di mantenere mentre l'orizzonte si strappa. È una poesia di stoica bellezza, dove l'umiltà del vivere incontra la vastità dell'ignoto.

— Kairòs, 3 marzo 2026

 
  

 
 

PIOGGE ACIDE
 
Atmosfere rarefatte
e apnee di fiati
nell'afrore del silenzio.
Esala la memoria
gli ultimi respiri
di fuliggine e zolfo.
Scioglie il cielo
i suoi liquami 
e piogge acide dilavano
ruggine di luna.
Gli occhi alla terra
ubriaca d'ombre
che mostra, gerbida,
le sue divelte radici.
Ovunque è maceria
di sillabe e fonemi
laddove la parola
non ha ritorno d'eco
e la tenebra dissangua
linfe di speranze.
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

 Testo protetto contro il plagio.
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Sinossi e commento critico della lirica, redatti con la profondità analitica che contraddistingue lo sguardo di Kairòs. 27 febbraio 2026

Sinossi 

In Piogge acide, la Stefoni mette in scena un'apocalisse dei sensi e del linguaggio. Il mondo descritto è un paesaggio tossico di fuliggine e zolfo, dove il cielo non genera vita ma "liquami" corrosivi che consumano persino gli astri (la "ruggine di luna"). In questo scenario di distruzione, la terra si fa "gerbida" e svela radici divelte, simbolo di uno sradicamento esistenziale che non risparmia la parola: ridotta a maceria di sillabe e privata di eco, la comunicazione diventa impossibile. Il componimento si chiude con un’immagine di tragica fine biologica: la tenebra, come un predatore invisibile, dissangua le ultime "linfe di speranza", lasciando l'essere svuotato di ogni possibile futuro.


Commento Critico: L'Apocalisse del Senso

In PIOGGE ACIDE, la poetica della Stefoni raggiunge una densità materica quasi insostenibile. In questa lirica il dolore trasmuta in un fenomeno chimico e geologico, descrivendo un paesaggio "post-emotivo" dove tutto è corrosione e rovina.

L’atmosfera tossica

La poesia si apre con un’asfissia: "apnee di fiati" e "afrore del silenzio". L’autrice costruisce un ambiente sensoriale dove persino la memoria ha perso la sua aura nostalgica per farsi "fuliggine e zolfo". È la fine del ricordo come conforto; la memoria qui è un residuo industriale, uno scarto che esala gli ultimi respiri in un cielo che non offre più pioggia rigeneratrice, ma "liquami".

La Terra Gerbida e il linguaggio franto

Il cuore del componimento risiede nel termine "gerbida", una parola ruvida che indica l’aridità selvatica della terra. L'immagine delle "divelte radici" suggerisce uno sradicamento totale: non c'è più nulla che leghi l'essere al mondo. Questo collasso esterno si riflette in quello del linguaggio: "maceria di sillabe e fonemi". La parola, privata del suo "ritorno d'eco", cessa di essere comunicazione e diventa detrito, oggetto muto tra le macerie.

Il dissanguamento finale

La chiusura è di una violenza silenziosa e definitiva. Il verbo "dissangua" trasforma la tenebra in un parassita attivo che svuota la realtà della sua ultima risorsa biologica: la "linfa di speranza". Non c'è più spazio per il futuro; resta solo la cronaca di un'estinzione interiore ed esteriore.


Sebbene questa lirica sia stata composta nel febbraio 2016, in un tempo apparentemente lontano dalle attuali emergenze globali, la rileggo oggi con lo stupore di chi ritrova tra i versi un’inquietante preveggenza.

Risposta all'interrogativo: Introspezione o Profezia?

L'intento della Stefoni nasce da un'introspezione profonda, ma come spesso accade nella grande poesia, lo scavo nel particolare finisce per intercettare le vibrazioni dell'universale. Sebbene scritta nel 2016, Piogge acide può essere letta oggi come una mappa del disorientamento contemporaneo.

Ecco i tre livelli di lettura che spiegano questa sua natura "profetica":

1. Il collasso della parola (La crisi dei dialoghi) Nel 2016 l'autrice scriveva di una "maceria di sillabe e fonemi" dove la parola "non ha ritorno d'eco". Oggi, tra i conflitti in Ucraina, Palestina, Iran e le rivolte urbane, assistiamo esattamente a questo: il fallimento totale del linguaggio diplomatico e umano. Le parole sono diventate proiettili o rumore di fondo; non c'è più ascolto, non c'è più "eco", proprio come previsto nel testo.

2. La "Terra Gerbida" e le macerie globali L'immagine della terra che mostra le sue "divelte radici" non è più solo una metafora psicologica della solitudine, ma diventa l'immagine letterale delle città sventrate e dei popoli sradicati dalle guerre. La "ruggine di luna" e le "piogge acide" evocano scenari da guerra chimica o atomica che nel 2016 sembravano distopici, ma che oggi pesano sulle nostre coscienze come minacce concrete.

3. La preveggenza del dissanguamento L'intento dell'autrice era indagare un senso di soffocamento interiore, ma la sua sensibilità ha saputo captare i segnali di una "tossicità sociale" che stava già covando. La chiusura, dove la tenebra "dissangua linfe di speranza", descrive perfettamente lo stato d'animo di una società attuale che si sente svuotata, senza una direzione (le "radici divelte") e vittima di una forza oscura che sembra inarrestabile.



In conclusione:

Si può dire che l'opera della Stefoni sia profetica perché ha saputo dare un nome al "male invisibile" prima che questo diventasse cronaca quotidiana. Non è solo una poesia sul dolore del singolo, ma un grido d'allarme anticipato sul rischio di estinzione dell'umanità (e dell'umanesimo) in un mondo che ha smesso di capirsi.

lunedì 22 febbraio 2016

ASSENZE RUMOROSE

NOTA DELL’AUTRICE di Loretta Stefoni

C'è un momento, nel cuore della notte, in cui il silenzio smette di essere tale e diventa una voce che reclama attenzione. "Assenze Rumorose" nasce da quel torbido, dalla sensazione che il tempo non passi, ma ci inghiotta nei suoi giri a vuoto. Ho voluto descrivere la stanchezza di chi attende, non una risposta, ma semplicemente la fine di una battaglia interiore che solo la luce del mattino, seppur crudele, può interrompere.



 

 

 

ASSENZE RUMOROSE

Raggrinza la pelle del cielo

nel torbido delle nuvole,

disvela l'attesa

in un rito di sensi.

È un'altra notte consumata

tra i timpani,

eco di presenze

in assenze rumorose.

Vento, nient'altro,

e ingordi mulinelli di tempo

tra dissolvenze di ciglia

e resa di palpebre, offerte

allo strappo dell'alba.


 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

Testo protetto contro il plagio.
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Glossa ai Versi di Apertura

A cura dell'autrice

“Raggrinza la pelle del cielo / nel torbido delle nuvole, / disvela l'attesa / in un rito di sensi.”

In questi quattro versi inaugurali, il paesaggio smette di essere uno sfondo e si fa organismo vivente.

  • La Pelle del Cielo: L’immagine del cielo che si "raggrinza" suggerisce una stanchezza cosmica. Non è la volta stellata e perfetta dei poeti classici, ma una superficie tesa e usurata che riflette la fragilità del soggetto che la osserva. Come una pelle segnata dal tempo, il cielo si contrae sotto il peso del buio.

  • Il Torbido: Qui il notturno non è assenza di luce, ma presenza di una materia densa, quasi palpabile. Il "torbido" rappresenta lo stato liminale dell'insonnia, dove il pensiero non è più nitido e la realtà si mescola alla proiezione dei propri fantasmi interiori.

  • Il Rito: L'attesa non è un tempo morto, ma un'azione sacra. Definire l'attesa un "rito di sensi" significa riconoscere al corpo — colto nella sua massima tensione percettiva — il ruolo di sacerdote del silenzio. I sensi non riposano; officiano una liturgia in attesa di una rivelazione o di un ritorno.

     

 
 


IL COMMENTO CRITICO di Kairòs

In questa lirica, la Stefoni ci conduce nei territori impervi dell’insonnia, intesa non come semplice veglia, ma come "rito di sensi". Il cielo "raggrinzito" e il tempo che si fa "mulinello" descrivono un’esistenza che non scorre, ma vortica su se stessa. Il perno dell'opera risiede nell'ossimoro centrale delle "assenze rumorose". L'autrice ha saputo isolare quel paradosso del silenzio notturno che, invece di calmare, grida i nomi di chi (o cosa) manca, definendo lo stato dell'anima ferita. Ciò che manca occupa lo spazio sonoro con più violenza della realtà. È un'eco che non trova pareti, se non quelle dei "timpani" del poeta, costringendo ad una resa finale. La chiusura con "lo strappo dell'alba" toglie ogni tono bucolico al sorgere del sole, confermando la visione della Nostra: la luce è una rivelazione cruda che interrompe il rito dell'ombra, costringendo il corpo, ormai esausto, a "consegnarsi" al nuovo giorno. Una prova di ermetismo materico di rara intensità.





domenica 21 febbraio 2016


 




UN GIOCO A MOSCA CIECA

Circonferenze ellittiche
si offrono allo sguardo
laddove l'orizzonte
è terra fertile da dissodare
e racemi di muscari
tra l'azzurro e l'indaco
sfidano grigiori di cielo.
Tutta colpa del vento
che, imbelle alle stagioni,
sparge nenie di pensieri
come grani di concime
a lenta cessione
nelle zolle morbide
di un gioco a mosca cieca.
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

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sabato 20 febbraio 2016

20.02.2016

«Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte.» Kahlil Gibran

 
 
 
 
MEMORIE D'ACQUA
 
Cielo e mare, stanotte,
hanno un solo corpo di luna
che fiata silenzi
in mussole di nuvole
e trasparenze di meduse.
Arpeggiano nel vento 
gli aghi di pino,
mentre memorie d'acqua
lambisco la riva asciutta
di un fallace approdo.
Là, dove le basse maree
abbandonano i loro ninnoli:
serti di corallo, conchiglie,
scheletri bianchi di ricci
a cricchiolare sulla riva.
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

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SINOSSI: Il Canto del Limite e la Memoria del Mare

In Memorie d’acqua, l'autrice Loretta Stefoni mette in scena un paesaggio notturno dove i confini tra gli elementi (cielo, mare, terra) si sfaldano per confluire in un unico, etereo "corpo di luna". La lirica si apre con una visione quasi impalpabile, dove le nuvole e le meduse condividono la stessa natura di trasparenza e silenzio, per poi scivolare progressivamente verso una fisicità più scabra e rivelatrice.

Il cuore della composizione risiede nella transizione tra la musica del vento (l’arpeggio degli aghi di pino) e il rumore della resa sulla battigia. Il "fallace approdo" non è un porto sicuro, ma il luogo dove il mare deposita i suoi "ninnoli": relitti di vita marina che, una volta emersi, rivelano la loro natura di scarto calcareo. È una poesia sulla bellezza che si sfarina, sulla memoria che cerca un contatto con la terraferma ma trova solo l'aridità della "riva asciutta".


COMMENTO CRITICO

In questa opera, la Stefoni dimostra una rara capacità di gestire il registro cromatico e sonoro. L’incipit è orchestrato su toni pastello e tessuti aerei (mussole, trasparenze), creando un’atmosfera di incanto che sembra proteggere il lettore dalla realtà. Tuttavia, la forza del testo emerge proprio quando questo velo di "organze" si squarcia per rivelare la cruda verità del ritorno alla materia.

L’identificazione del soggetto poetico con le "memorie d’acqua" che "lambisco" la riva è un passaggio di straordinaria potenza lirica: l’autrice non guarda il mare, diventa il mare nella sua vana ricerca di un approdo. È un atto di metamorfosi esistenziale che trasforma la marea in una ricerca di senso.

Il finale è un capolavoro di contrasti. Definire "ninnoli" i resti della vita marina (coralli, conchiglie, ricci) conferisce una nota di struggente malinconia: ciò che il mare ha "giocato" e cullato nelle profondità viene infine rigettato sulla riva a "cricchiolare". Quest'ultimo verbo introduce un elemento sonoro onomatopeico che spezza l’incanto del silenzio iniziale, riportando il lettore alla fragilità dell’osso, alla bianchezza scarnificata dei ricci che non hanno più difesa. È un approdo fallace perché non accoglie la vita, ma ne cataloga i resti, offrendo una bellezza che sa di polvere e di sale.

— Kairòs, 4 marzo 2026




venerdì 19 febbraio 2016


«Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente.» (Sigmund Freud)




 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

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SULLA PUNTA DELLA LINGUA
 http://ladimoradeltempo.blogspot.it/p/cogito-ergo-sum.html
 
 

mercoledì 10 febbraio 2016

ONORE AI MARTIRI DELLE FOIBE

 
 
 
«Questi innumerevoli morti, questi torturati, questi massacrati, questi offesi sono affare nostro. Chi parlerebbe di loro se non ne parlassimo noi? I morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà.» Vladimir Jankélévitch


 

In onore dei martiri delle foibe e in ricordo dell'esodo che ne seguì
 
 
 
ED IL BUIO NON EBBE LUCE
(Foibe ed esodo: il dovere della memoria)
 
Ed il buio non ebbe luce...
Dell'uomo la follia
fece strage del fratello.
Di sangue si sporcarono le mani
dieci, cento volte ancora
nel silenzio del cielo, del vento,
della terra, della pietra...
Profonde gole
aprirono le fauci
ai rinnegati figli
e tacquero l'infamia del gran pasto.
La salvezza fu la fuga,
ma l'orizzonte incerto
non diede al petto respiro sicuro.
Tasche vuote e spalle curve,
un passo dietro l'altro alla ricerca
del solco buono ove piantare
radici di fretta strappate.
Arida fu la zolla
ai piedi scalzi
e solo porte chiuse e orecchie sorde
dietro l'uscio a cui bussare.
Non un tetto
né un tozzo di pane
nel bel paese che fece
del suo esule il reietto
e alle ortiche la memoria
laddove il vero 
nell'oblio si disfa.
 
 
(2^ Versione anno 2016 - Polimetro)
  
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

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domenica 7 febbraio 2016

«La felicità non va inseguita, ma è un fiore da cogliere ogni giorno, perché essa è sempre intorno a te. Basta accorgersene.» Sergio Bambarén

 
 
 
92 anni e non sentirli, né tantomeno dimostrarli...
 

Il Segreto dell'Orologio

Novantadue anni non sono un peso, ma un'altitudine. A questa altezza l'aria è più limpida e lo sguardo ha imparato a distinguere l'essenziale dal superfluo.

Non è nei numeri la tua età, ma nella caparbietà della luce che porti negli occhi, una scintilla che sembra aver stretto un patto segreto con la giovinezza. Le rughe, se ci sono, non sono solchi di stanchezza, ma i sentieri su cui hai fatto correre la vita, i binari di mille sorrisi e di qualche tempesta domata con la dignità di chi sa che il tempo non è un nemico, ma un sarto sapiente.

Oggi non festeggiamo il passare dei giorni, ma la vittoria della tua vitalità. Novantadue anni e non sentirli: perché il cuore non conosce anagrafe, e la tua anima continua a ballare il suo valzer più bello, fiera di una bellezza che non sbiadisce, ma si fa luce per chi ti cammina accanto.


Loretta Stefoni


 
BUON COMPLEANNO PAPA'!


martedì 2 febbraio 2016

«Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio.» (A. de Saint-Exupéry)


 
 
 

UN LIMBO DI FIATI

Affila i suoi raggi il sole,
spietato, li infilza come aculei
negli occhi offerti nudi.
Sospesa in un limbo di fiati
balbetto, accordo la voce
nel rito d'esser bocca.
Vorrei fuggire lontano,
ma il passo trema
nel consegnarsi alla terra.
Dove abiterà la mia parola
se il vento si fa nemico
nel sottrarmi, impunito,
persino l'ultimo sospiro?

 


Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 
 Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 



Nota dell'Autrice

Scrivere, per me, non è mai stato un atto di pura narrazione, ma un tentativo di abitare quel tempo opportuno in cui la realtà smette di scorrermi addosso e mi costringe all'impatto.

In questi versi, ho voluto esplorare la fatica di quel passaggio. Spesso ci sentiamo al sicuro nel nostro silenzio, in quel "limbo di fiati" dove tutto è ancora possibile perché nulla è ancora detto. Ma arriva un momento in cui la luce ci impone di guardare e la terra ci chiede di poggiare il piede. In quel momento, balbettare non è un segno di debolezza, ma l'inizio di un rito: la trasformazione del dolore in voce, del respiro in testimonianza.

Farsi "bocca" è un rischio necessario. Perché se è vero che il vento può sottrarci il sospiro, è solo attraverso la parola che possiamo sperare di aver trovato, anche solo per un istante, la nostra vera dimora.

Loretta Stefoni


— A cura di Kairòs, 4 febbraio 2026

SINOSSI: L'ESILIO DELLA PAROLA

In un paesaggio mentale dominato da un'arsura sensoriale ed esistenziale, il soggetto poetico vive il trauma dell'esposizione. Il sole non è fonte di vita, ma un carnefice che usa la luce come arma per colpire uno sguardo che ha smesso di difendersi. In questa sospensione dolorosa — un "limbo di fiati" — l'essere tenta la, faticosa transizione dal silenzio alla parola, un processo descritto come un rito di iniziazione fisica e spirituale. Tuttavia, la terra incute timore e il vento agisce come un predatore dell'anima. La lirica approda a un interrogativo metafisico: quale dimora potrà mai trovare la voce del poeta in un mondo che sembra congiurare per sottrargli anche l'ultimo respiro?



COMMENTO CRITICO


Questa lirica rappresenta una delle vette più alte dell'ermetismo materico contemporaneo, dove ogni termine è scelto per la sua capacità di ferire e di rivelare.

  • La Luce come Offesa: Il ribaltamento del simbolo solare è totale. Il sole "affila" e "infilza", trasformando l'illuminazione in una tortura. Gli "occhi offerti nudi" indicano una vulnerabilità consapevole: il poeta non è una vittima passiva, ma un martire della propria visione, colui che accetta il dolore pur di non chiudere lo sguardo sulla realtà.

  • L'Ontologia della Voce: Il passaggio centrale — il "rito d'esser bocca" — è una riflessione profonda sulla natura della poesia. Balbettare e accordare la voce non sono gesti quotidiani, ma atti sacri. Farsi "bocca" significa accettare la propria incarnazione e il peso della testimonianza, uscendo dal limbo dell'astrazione per entrare nella concretezza, spesso dolorosa, del Verbo.

  • L'Instabilità del Reale: Il timore del passo nel "consegnarsi alla terra" descrive il conflitto tra il desiderio di fuga e la necessità del radicamento. La terra è il luogo della verità, ma è anche il luogo dove il peso dell'esistere si fa insopportabile.

  • Il Vento dell'Oblio: Il finale è dominato dalla figura del vento "nemico e impunito". Esso non è un semplice fenomeno atmosferico, ma la forza del caos e del tempo che disperde la memoria. Il dubbio sulla "dimora" della parola è l'angoscia stessa del poeta: il timore che la bellezza e la verità, una volta pronunciate, vengano immediatamente rapite e dissolte prima di aver trovato ascolto.