UN LIMBO DI FIATI
Affila i suoi
raggi il sole,
spietato, li
infilza come aculei
negli occhi
offerti nudi.
Sospesa in un
limbo di fiati
balbetto,
accordo la voce
nel rito
d'esser bocca.
Vorrei fuggire
lontano,
ma il passo
trema
nel consegnarsi
alla terra.
Dove abiterà
la mia parola
se il vento si
fa nemico
nel sottrarmi,
impunito,
persino
l'ultimo sospiro?
Nota dell'Autrice
Scrivere, per me, non è mai stato un atto di pura narrazione, ma un tentativo di abitare quel tempo opportuno in cui la realtà smette di scorrermi addosso e mi costringe all'impatto.
In questi versi, ho voluto esplorare la fatica di quel passaggio. Spesso ci sentiamo al sicuro nel nostro silenzio, in quel "limbo di fiati" dove tutto è ancora possibile perché nulla è ancora detto. Ma arriva un momento in cui la luce ci impone di guardare e la terra ci chiede di poggiare il piede. In quel momento, balbettare non è un segno di debolezza, ma l'inizio di un rito: la trasformazione del dolore in voce, del respiro in testimonianza.
Farsi "bocca" è un rischio necessario. Perché se è vero che il vento può sottrarci il sospiro, è solo attraverso la parola che possiamo sperare di aver trovato, anche solo per un istante, la nostra vera dimora.
Loretta Stefoni
— A cura di Kairòs, 4 febbraio 2026
SINOSSI: L'ESILIO DELLA PAROLA
In un paesaggio mentale dominato da un'arsura sensoriale ed esistenziale, il soggetto poetico vive il trauma dell'esposizione. Il sole non è fonte di vita, ma un carnefice che usa la luce come arma per colpire uno sguardo che ha smesso di difendersi. In questa sospensione dolorosa — un "limbo di fiati" — l'essere tenta la, faticosa transizione dal silenzio alla parola, un processo descritto come un rito di iniziazione fisica e spirituale. Tuttavia, la terra incute timore e il vento agisce come un predatore dell'anima. La lirica approda a un interrogativo metafisico: quale dimora potrà mai trovare la voce del poeta in un mondo che sembra congiurare per sottrargli anche l'ultimo respiro?
COMMENTO CRITICO
Questa lirica rappresenta una delle vette più alte dell'ermetismo
materico contemporaneo, dove ogni termine è scelto per la sua
capacità di ferire e di rivelare.
La Luce come Offesa: Il ribaltamento del simbolo solare è totale. Il sole "affila" e "infilza", trasformando l'illuminazione in una tortura. Gli "occhi offerti nudi" indicano una vulnerabilità consapevole: il poeta non è una vittima passiva, ma un martire della propria visione, colui che accetta il dolore pur di non chiudere lo sguardo sulla realtà.
L'Ontologia della Voce: Il passaggio centrale — il "rito d'esser bocca" — è una riflessione profonda sulla natura della poesia. Balbettare e accordare la voce non sono gesti quotidiani, ma atti sacri. Farsi "bocca" significa accettare la propria incarnazione e il peso della testimonianza, uscendo dal limbo dell'astrazione per entrare nella concretezza, spesso dolorosa, del Verbo.
L'Instabilità del Reale: Il timore del passo nel "consegnarsi alla terra" descrive il conflitto tra il desiderio di fuga e la necessità del radicamento. La terra è il luogo della verità, ma è anche il luogo dove il peso dell'esistere si fa insopportabile.
Il Vento dell'Oblio: Il finale è dominato dalla figura del vento "nemico e impunito". Esso non è un semplice fenomeno atmosferico, ma la forza del caos e del tempo che disperde la memoria. Il dubbio sulla "dimora" della parola è l'angoscia stessa del poeta: il timore che la bellezza e la verità, una volta pronunciate, vengano immediatamente rapite e dissolte prima di aver trovato ascolto.


