domenica 28 febbraio 2016





L'ANGOSCIA DELL'OLTRE

C'è sempre un mare
che chiede occhi,
una gomena che cede
e un porto che dà l'addio.
Il viaggio ha il suo timone
che chiede mani,
ma il destino è nel respiro
quiete ed ansia d'olfatto
con i suoi giochi assurdi:
sferzate sghembe di vento
aggiogate alla forza del callo.
E l'angoscia dell'oltre,
approdo non voluto,
si sazia di indotte paure.
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

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Sinossi e l'analisi critica a cura di Kairòs, 1 marzo 2026

Sinossi

"L'angoscia dell'oltre" utilizza la potente allegoria della navigazione notturna per rappresentare l'esistenza umana. La vita è descritta come un distacco necessario ("un porto che dà l'addio") e un impegno fisico e spirituale costante, dove l'uomo è chiamato a governare il proprio "timone" contro l'imprevedibilità degli eventi ("sferzate bizzarre di vento"). Il viaggio, tuttavia, non è un percorso sereno: è dominato dalla precarietà della materia ("una gomena che cede") e dalla tensione dei sensi. La lirica si conclude con l'inevitabile approdo all'ignoto: una morte non cercata, che trasforma l'incertezza del post-mortem in un'angoscia che si nutre delle paure umane.


Analisi Critica a cura di Kairòs

In questa lirica, la poetica di Loretta Stefoni si fa esistenzialismo puro, trasformando l'elemento acquatico in un deserto liquido e oscuro dove l'individuo è solo di fronte al proprio destino.

1. La Dialettica della Partenza

Il componimento si apre con una triade di immagini di rottura: il mare che "chiede occhi" (la necessità di vigilare e guardare l'abisso), la gomena che "cede" e il porto che "saluta". Non è una partenza celebrativa, ma un abbandono forzato. La Stefoni coglie perfettamente la passività dell'essere gettati nel mondo: è il porto a dare l'addio, lasciando l'anima in balìa di un mare che non offre certezze.

2. Il Lavoro del Vivere: Il Callo e il Fiato

Il cuore della poesia risiede nel contrasto tra la volontà umana e l'assurdità del caso.

  • Il "timone che chiede mani" e la "forza del callo" rappresentano l'etica del fare, la resistenza dell'uomo che, nonostante la tempesta, tenta di mantenere la rotta.

  • Tuttavia, questo sforzo fisico è costantemente minacciato da una dimensione sensoriale instabile: l'"ansia d'olfatto". È un'intuizione profonda: il destino non si vede nel buio della tempesta notturna, si "annusa", si percepisce come un presentimento viscerale nel respiro.

3. L'Oltre come Approdo Negato

La chiusa della poesia è una riflessione definitiva sulla morte, intesa non come meta agognata, ma come "approdo non voluto".

"E l'angoscia dell'oltre [...] si sazia di indotte paure"

L'uso del verbo "saziarsi" attribuisce alla morte una qualità quasi predatrice. L'angoscia della fine non è un vuoto, ma una presenza che cresce e si nutre delle fragilità psicologiche dell'uomo ("paure indotte"). Qui la tempesta marina svanisce per lasciare posto alla tempesta dell'anima: il viaggio termina non con una pace ritrovata, ma con il confronto finale con l'ignoto che ha tormentato l'intera navigazione.

Conclusione

L'opera si distingue per un ritmo serrato e un vocabolario che fonde il linguaggio marinaresco con quello psicologico. La scelta di mantenere termini astratti nella chiusa sottolinea proprio l'impalpabilità della fine, quel "non luogo" che, pur essendo certo, rimane per l'uomo la sfida più difficile da navigare.