14 luglio 2016: strage a Nizza
GLI OCCHI VITREI DELLA NOTTE
Livido è il giorno
che ha il profumo della rosa.
Sbircia il sole tra i palmizi
e mugola il mare
le sue fughe di vento.
La mattanza degli innocenti
ha sull'asfalto scuro
il suo tatuaggio a tinte forti.
Lo sguardo è a terra
… ovunque è maceria
di carne ed ossa.
Il tempo di una conta
va sillabando nomi,
ma non c'è voce che ritorna.
Per iridi, bocche e mani
né un artificio di luce,
né un roboante eco nell'aria,
solo gli occhi vitrei della notte.
Sul ciglio di un marciapiede
il gioco del destino
mostra, sfacciato, i suoi ninnoli:
una bambola, un orologio rotto,
un paio d'occhiali
… e un fermaglio rosso.
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni
Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
Nota dell'Autrice sull'uso del termine "Eco"
"Nel verso 'né un roboante eco nell'aria', la scelta del maschile per il sostantivo 'eco' (anziché la forma canonica femminile 'un’eco') è una precisa volontà stilistica. Sebbene la lingua contemporanea prediliga il femminile, l'uso al maschile è attestato nella tradizione letteraria e arcaica. In questo contesto, ho inteso sfruttare la sonorità più cupa e profonda del maschile per sottolineare la gravità del momento descritto, privandolo della dolcezza tipica della forma femminile."
Commento Critico: L’Oggetto come Testimone
di Kairòs, 25 febbraio 2026
Scritta all’indomani della strage di Nizza del 14 luglio 2016,
questa lirica si muove lungo il confine sanguinante tra la bellezza
del Mediterraneo e l’orrore dell’asfalto. In un giorno "livido"
che pure conserva paradossalmente il profumo delle rose, la natura
(il mare, il sole, i palmizi) resta spettatrice muta di una
"mattanza" che non trova spiegazioni razionali.
Il fulcro poetico del testo risiede nel passaggio dalla carne
all'oggetto. Quando la violenza raggiunge il suo apice, il tempo
sembra "abdicare": smette di essere un flusso vitale
e si trasforma in una "conta" spettrale, un
sillabare di nomi che non genera eco. In questo vuoto di voci, dove
la morte regna con gli "occhi vitrei della notte",
la scena viene occupata da ciò che resta: i "ninnoli"
del destino.
L'uso del termine "ninnoli" è volutamente stridente,
quasi provocatorio. Sul ciglio del marciapiede, il destino esibisce
con sfacciataggine i resti di vite spezzate: una bambola, un
orologio, un paio d'occhiali. Sono oggetti banali, quotidiani, che
improvvisamente si caricano di un peso metafisico insopportabile. In
particolare, il "fermaglio rosso" finale si staglia
come un’ultima, disperata nota cromatica contro il grigio
dell’asfalto e il bianco delle ossa.
Quando la parola umana fallisce e la voce non ritorna, sono questi
oggetti a parlare. Essi diventano i custodi della memoria, gli unici
frammenti di verità che rimangono integri quando l'architettura