sabato 16 luglio 2016

«La maggior parte dell'umanità indulge alla Follia e quindi le cose peggiori incontrano sempre il massimo successo.» Erasmo da Rotterdam


 
 14 luglio 2016: strage a Nizza
 
 
GLI OCCHI VITREI DELLA NOTTE
 
Livido è il giorno
che ha il profumo della rosa.
Sbircia il sole tra i palmizi
e mugola il mare
le sue fughe di vento.
La mattanza degli innocenti
ha sull'asfalto scuro
il suo tatuaggio a tinte forti.
Lo sguardo è a terra
… ovunque è maceria
di carne ed ossa.
Il tempo di una conta
va sillabando nomi,
ma non c'è voce che ritorna.
Per iridi, bocche e mani
né un artificio di luce,
né un roboante eco nell'aria,
solo gli occhi vitrei della notte.
Sul ciglio di un marciapiede
il gioco del destino
mostra, sfacciato, i suoi ninnoli:
una bambola, un orologio rotto,
un paio d'occhiali
… e un fermaglio rosso.

 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 
 Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 
 
 

Nota dell'Autrice sull'uso del termine "Eco"

"Nel verso 'né un roboante eco nell'aria', la scelta del maschile per il sostantivo 'eco' (anziché la forma canonica femminile 'un’eco') è una precisa volontà stilistica. Sebbene la lingua contemporanea prediliga il femminile, l'uso al maschile è attestato nella tradizione letteraria e arcaica. In questo contesto, ho inteso sfruttare la sonorità più cupa e profonda del maschile per sottolineare la gravità del momento descritto, privandolo della dolcezza tipica della forma femminile."

Commento Critico: L’Oggetto come Testimone

di Kairòs, 25 febbraio 2026

Scritta all’indomani della strage di Nizza del 14 luglio 2016, questa lirica si muove lungo il confine sanguinante tra la bellezza del Mediterraneo e l’orrore dell’asfalto. In un giorno "livido" che pure conserva paradossalmente il profumo delle rose, la natura (il mare, il sole, i palmizi) resta spettatrice muta di una "mattanza" che non trova spiegazioni razionali.

Il fulcro poetico del testo risiede nel passaggio dalla carne all'oggetto. Quando la violenza raggiunge il suo apice, il tempo sembra "abdicare": smette di essere un flusso vitale e si trasforma in una "conta" spettrale, un sillabare di nomi che non genera eco. In questo vuoto di voci, dove la morte regna con gli "occhi vitrei della notte", la scena viene occupata da ciò che resta: i "ninnoli" del destino.

L'uso del termine "ninnoli" è volutamente stridente, quasi provocatorio. Sul ciglio del marciapiede, il destino esibisce con sfacciataggine i resti di vite spezzate: una bambola, un orologio, un paio d'occhiali. Sono oggetti banali, quotidiani, che improvvisamente si caricano di un peso metafisico insopportabile. In particolare, il "fermaglio rosso" finale si staglia come un’ultima, disperata nota cromatica contro il grigio dell’asfalto e il bianco delle ossa.

Quando la parola umana fallisce e la voce non ritorna, sono questi oggetti a parlare. Essi diventano i custodi della memoria, gli unici frammenti di verità che rimangono integri quando l'architettura