venerdì 24 febbraio 2017

«Nella vita... ciascuno si racconcia la maschera come può – la maschera esteriore. Perché dentro poi c'è l'altra, che spesso non s'accorda con quella di fuori. E niente è vero!» (Luigi Pirandello)

 



 
 

CAMALEONTI IN POSA 

Esposti in bella vista,
a galleggiare l'onda
in cerca d'approdi,
noi, angeli e demoni
in rotta di collisione:
inevitabile il naufragio.
Fragili al morso e al graffio,
temiamo il dente della terra,
l'artiglio del cielo,
restando camaleonti in posa.
Il domani è babele di voci
tra il passo e il volo,
laddove, nel calco di gesso,
la forma si riprende.
S'adatta a farsi apparenza
nel buio di maschere lucide:
visi opalescenti trafitti
da rapidi passaggi di luce.
Sul rovescio della superficie,
di quella faccia in vendita,
solo il prezzo da pagare.
 
 

Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


 Testo è protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.




Sinossi

Camaleonti in posa è un’indagine poetica sulla precarietà dell'identità contemporanea, sospesa tra l'esibizione di sé e la paura del giudizio. L’autrice descrive l'umanità come una schiera di "angeli e demoni" in perenne navigazione, creature fragili che, per timore dei morsi della realtà ("il dente della terra"), scelgono la via del mimetismo sociale.

Il testo esplora il dramma della forma che si "rapprende" in un calco di gesso, trasformando l'essere vivente in una maschera lucida, un’apparenza adattiva che sacrifica l'autenticità sull'altare della visibilità. In questo scenario di "visi opalescenti", la bellezza è solo una superficie trafitta da luci rapide, mentre nel "rovescio" — l'interiorità dimenticata — resta solo il peso di un prezzo esistenziale da pagare per aver accettato di mettersi in vendita.



L'analisi di Kairòs - 25 febbraio 2026

Questa lirica ha una forza cinematografica. Mi ha colpito molto il passaggio dal "galleggiare l'onda" iniziale (instabilità) al "calco di gesso" (fissità mortifera). È una parabola perfetta dell'uomo moderno: partiamo liberi nel mare delle possibilità e finiamo per solidificarci in una posa statica per paura di essere feriti.

1 - Il Naufragio come Destino: Analisi dell’Incipit 

L’apertura della lirica si muove su un paradosso visivo: l'essere "Esposti in bella vista" eppure fragili, in balia di un elemento instabile come l’onda. Non c’è riparo, non c’è terra ferma; c’è solo una ricerca di approdi che appare, fin da subito, velleitaria.

La dualità in collisione Il cuore pulsante di questi primi versi risiede nell'ossimoro identitario: "noi, angeli e demoni". Loretta Stefoni non descrive un conflitto esterno, ma una guerra civile dell'anima. La "rotta di collisione" non è contro un ostacolo esterno, ma è l'incontro inevitabile tra le nostre polarità opposte.

L'inevitabilità del crollo L'uso dei due punti prima di "inevitabile il naufragio" agisce come una sentenza definitiva. La punteggiatura qui si fa architettura: isola la caduta, rendendola l'unica conclusione logica di un'esistenza vissuta in superficie ("galleggiare") e in conflitto. Il naufragio, dunque, non è una tragedia accidentale, ma l'epilogo necessario per chi smette di nascondersi e accetta la propria natura esposta.


2 - La Carne e il Calco: La Difesa dell'Identità

Se nel primo frammento eravamo naufraghi, qui diventiamo prede. La poetessa introduce una natura antropomorfizzata e aggressiva: la terra non è più accoglienza ma "dente", il cielo non è infinito ma "artiglio". È una visione potente, che ribalta l'idillio naturale in una minaccia costante.

La Mimesi e la Babele L'immagine del "camaleonte in posa" è il fulcro di questa sezione. Non è un adattamento armonioso, ma una posa forzata per restare "indenni". La fragilità si nasconde nel colore dell’ambiente per sfuggire al morso del mondo. Tuttavia, questa staticità mimetica viene squarciata dal "domani", definito come una "babele di voci". Il futuro non è promessa, ma confusione che impone una scelta violenta: l'attrito del "passo" o l'azzardo del "volo".

Il Calco di Gesso: La Ricostruzione La chiusa di questo passaggio è folgorante: "Nel calco di gesso / si riprende forma". Il gesso è un materiale povero, rigido, che serve a riparare o a duplicare. Suggerisce che la "forma" che riprendiamo dopo il trauma non è più quella originale, elastica e viva, ma una struttura solida, forse un po' fredda, necessaria a non andare in frantumi. È la ricostruzione di sé che passa attraverso la fissità della memoria o dell'arte.


3 - Il Mercato dell’Essere: L’Etica del Rovescio

La chiusa della lirica di Loretta Stefoni segna il passaggio definitivo dall'interiorità all'esposizione sociale. Se l'incipit parlava di un naufragio esistenziale, il finale descrive la sopravvivenza come una forma di prostituzione dell'identità.

L'Estetica del Vuoto L'uso dei termini "apparenza", "maschere lucide" e "visi opalescenti" crea un’atmosfera vitrea, quasi asettica. L’opalescenza non è luce piena, ma una trasparenza lattiginosa che nasconde ciò che sta dietro. La luce qui non illumina, ma "passa" rapida, come un riflesso su una vetrina: è la velocità del consumo, dell'incontro superficiale che non lascia traccia se non un riverbero momentaneo.

Il Prezzo dell'Inautenticità Il colpo di genio poetico risiede nel termine "rovescio". La superficie ha un retro, un lato d’ombra dove la "faccia in vendita" rivela la sua natura di merce. Non siamo più angeli o demoni, ma oggetti esposti in un mercato globale delle relazioni. La chiusura è una sentenza economica applicata all'anima: "il prezzo da pagare".

Il testo si conclude non con un’emozione, ma con un debito. È l'amara consapevolezza che per "restare indenni" (come citato nella strofa precedente) abbiamo dovuto barattare la nostra sostanza con una maschera lucida, e quel baratto ha un costo che pulsa silenzioso dietro ogni sorriso di gesso.

Sintesi di Kairòs

La struttura ritmica, caratterizzata da versi brevi e incisivi, accentua il senso di urgenza e di soffocamento. La figura retorica dominante è l'ossimoro implicito: siamo esseri fatti per il movimento ("passo e volo"), ma ci ritroviamo "in posa" (statici).

La poesia della Stefoni è una denuncia della mercificazione dell'anima con una precisione chirurgica: non siamo più persone, ma "facce in vendita" su una superficie che non ha più profondità.


domenica 19 febbraio 2017

Il mare non è fatto per essere solo guardato, bisogna farne parte vivendo i suoi respiri.

 
 
 
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martedì 14 febbraio 2017

NEWS...

Anche quest'anno la prestigiosa Giuria della X^ edizione del Premio Nazionale di Poesia, Narrativa, Fotografia e Cortometraggi “Alberoandronico”, tra le oltre 600 opere pervenute, ha selezionato un testo della poetessa civitanovese Loretta Stefoni. Come consuetudine, tra i poeti selezionati, per ogni sezione in concorso saranno scelti 6 vincitori e il giorno della premiazione che avrà luogo in Campidoglio a Roma, saranno resi noti i loro nomi.

 


domenica 12 febbraio 2017

La felicità è uno stato mentale. L'abitudine e il sapersi accontentare aiutano ad accettare il presente senza per questo negarsi possibilità diverse di futuro. Al pensiero deve sempre seguire l'azione e, anche se ci sono molte variabili ad interagire con il nostro operato, non bisogna mai stancarsi di tentare nuovi approcci con la realtà che ci circonda. Il nostro ieri non deve essere mai un limite per il nostro domani.

 
 
 
 
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sabato 11 febbraio 2017

Per me la punteggiatura ha sempre avuto molta importanza...

 
 
 
 
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venerdì 10 febbraio 2017

Sono oscuri i silenzi della carne che di notte ti lasciano sola ad ascoltare l'infinito...







TUTTO IL BUIO DELLA NOTTE

 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


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Sinossi

La lirica mette in scena il paradosso di un incontro carnale vissuto in una solitudine assoluta. In una stanza dominata dal buio e da una luce lunare riflessa, l'io narrante descrive un atto d'amore vissuto "alle spalle", dove il corpo dell'altro diventa una forza che piega e doma, mentre l'anima resta spettatrice. Attraverso l'osservazione delle ombre proiettate sui muri e dei battiti che scandiscono la fine dell'innocenza, la poesia culmina nella consumazione di un piacere solitario dell'altro (l'assolo). Il componimento si chiude con l’amara eredità di questo incontro: non l'unione, ma la consegna di un buio interiore che riflette la distanza incolmabile tra i due amanti.


Commento Critico: L'Eclissi dell'Incontro

1. La Geometria del Dominio (L’Arco e il Gioco) I primi versi stabiliscono una gerarchia spaziale e psicologica. L'espressione "alle spalle dirigevi il gioco" toglie immediatamente all'atto la dimensione del confronto visivo (l'assenza degli occhi). La metafora della "follia dell'arco" è di straordinaria forza: suggerisce una tensione muscolare estrema, quasi bellica o musicale, dove il corpo dell'io lirico è lo strumento teso fino allo spasmo, fino a perdere il fiato e la parola.

2. Il Tempo Corporeo (Le Meridiane di Carne) L'immagine delle ombre definite "meridiane di carne" è l'intuizione più profonda del testo. Trasforma i corpi in movimento in strumenti di misurazione del tempo: la carne non vive il piacere, ma segna il passare dei minuti su un muro. L'atto sessuale viene così spogliato della sua sacralità e ridotto a una funzione cronometrica, osservata con freddezza oggettiva.

3. Lo Specchio e la Luna (La Passività del Riflesso) Lo specchio che "assorbiva flebile la luna" funge da testimone muto. La luna, tradizionalmente simbolo di romanticismo, qui è "flebile" e viene "assorbita", svanendo. Questo riflette il naufragio del sogno: la luce non illumina la stanza, ma viene inghiottita dal vetro, proprio come la speranza di un'unione reale viene inghiottita dalla dinamica dell'atto.

4. Il Dissolvimento dell'Innocenza Il battito della vena sul collo, segno fisico della brama dell'altro, diventa l'agente che "dissolve l'innocenza". Non è un peccato morale, ma una perdita di purezza intesa come fine dell'illusione. L'innocenza muore nel momento in cui ci si rende conto che il battito dell'altro non è sincronizzato con il proprio, ma segue un ritmo egoistico.

5. L’Epilogo della Distanza (Il Delirio e l’Assolo) La chiusura è un capolavoro di amarezza. Il piacere di lui è descritto come un "liquido delirio", un’onda che travolge solo chi la prova, spegnendosi in un "assolo". Questa metafora musicale è definitiva: l'assolo è per definizione una performance solitaria. L'eredità finale non è il calore, ma il "buio della notte", una dote negativa che sottolinea come l'altro, pur essendo stato fisicamente sopra o contro l'io lirico, fosse in realtà in un "altrove" irraggiungibile.

Kairòs, 25 febbraio 2026


domenica 5 febbraio 2017

Kahlil Gibran: «Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte».



 
 

 
GESSO SULL'ARDESIA
  
Nell'aria il blu dei fiordalisi
incensa questa notte
di mascara  tra le ciglia
che il silenzio scioglie.
L'assenza si fa liquida,
lascia la sua traccia scura
sulle labbra accese
dal rosso dei papaveri.
Ondeggia l'oro di memorie:
messi di spighe sferzate
dal vento che dissolve
quel dire rimasto eco.
E le parole, appese agli arsi steli,
si fanno trilli di grilli e cicale:
bianco stridore di gesso sull'ardesia.
 
 

Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


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SINOSSI

Gesso sull’ardesia è un notturno lirico che esplora la fenomenologia dell’assenza. Attraverso una sinestesia costante tra colori, profumi e sensazioni tattili, l’autrice mette in scena il dissolvimento del sé e del discorso amoroso. La notte inizia con un'atmosfera sacrale ("incensa") dominata dal blu dei fiordalisi, ma presto cede il passo alla materia sciolta del dolore: il mascara che scioglie il silenzio e la macchia scura dell'assenza che contamina il rosso vitale delle labbra. Il paesaggio interiore si proietta su un campo di messi dorate, dove il vento non porta sollievo ma sfilaccia le parole, trasformando il ricordo in un "dire rimasto eco". La poesia culmina in un finale aspro, dove le parole non cantano più, ma si fanno trilli di insetti e, infine, un rumore bianco e stridente che incide la coscienza nuda come gesso su una lavagna.


NOTA CRITICA 

1. La Carne e il Pigmento

In questa lirica, Loretta rinuncia all'ornamento letterario per abbracciare la materia pura. L'inizio è "blu fiordaliso", ma la poesia non è decorativa. Il mascara e il rossetto (o meglio, le labbra accese dal "rosso dei papaveri") non abbelliscono, ma testimoniano. La metonimia del trucco che si scioglie è potentissima: è la verità del dolore che scioglie la finzione del silenzio. L’assenza non è un vuoto astratto, ma una sostanza "liquida" che macchia la realtà e si rapprende sulle labbra, quasi come una colpa o un'accusa.

2. L'Oro e il Vento: un'Erosione Semantica

Nella seconda parte, il paesaggio diventa una proiezione dell'io. "L’oro di memorie" è un’immagine classica e nobile, ma subito sferzata dalla violenza del vento. Il vento qui non è un elemento naturale gentile, ma un agente di erosione semantica: "sbrana il senso"e dissolve il discorso in eco. C’è una regressione regressiva del linguaggio: da parola umana ("quel dire") a puro suono animale ("trilli di grilli e cicale"). È la sconfitta del linguaggio razionale di fronte alla forza del ricordo.

3. La Sinestesia del Disagio Finale

Il verso finale, "bianco stridore di gesso sull'ardesia", è un capolavoro di sintesi poetica. Loretta non descrive il dolore, lo fa sentire fisicamente al lettore.

  • L'accostamento dell'aggettivo "bianco" (visivo) allo "stridore" (uditivo) crea una sinestesia di rara potenza.

  • Il gesso (bianco, polveroso, come gli arsi steli seccati dal vento) ferisce l'ardesia (nera, scura, come la notte e la traccia del mascara). È la rappresentazione definitiva della memoria: un segno chiaro e insopportabile che graffia l'oscurità del presente, lasciando una traccia che è, allo stesso tempo, presenza e polvere.


In questa poesia, Loretta, ha saputo calibrare perfettamente il contrasto tra il dolce (i fiori) e l'aspro (lo stridore). È un testo secco, privo di svenevolezze, che "graffia" proprio perché sceglie di mostrare la ferita invece di curarla. 

Il finale è un colpo di frusta. Le parole non sono più sussurri, ma "trilli di grilli e cicale" che culminano in uno "stridore di gesso sull'ardesia". È il suono del ricordo che gratta contro la realtà, un rumore bianco e acuto che spezza l’incanto del silenzio iniziale.

Un’opera che conferma la capacità dell’autrice di abitare il dolore con una dignità estetica che non teme di mostrare le proprie crepe.

— Kairòs, 25 febbraio 2026