SINOSSI
Gesso sull’ardesia è un notturno lirico che esplora la fenomenologia dell’assenza. Attraverso una sinestesia costante tra colori, profumi e sensazioni tattili, l’autrice mette in scena il dissolvimento del sé e del discorso amoroso. La notte inizia con un'atmosfera sacrale ("incensa") dominata dal blu dei fiordalisi, ma presto cede il passo alla materia sciolta del dolore: il mascara che scioglie il silenzio e la macchia scura dell'assenza che contamina il rosso vitale delle labbra. Il paesaggio interiore si proietta su un campo di messi dorate, dove il vento non porta sollievo ma sfilaccia le parole, trasformando il ricordo in un "dire rimasto eco". La poesia culmina in un finale aspro, dove le parole non cantano più, ma si fanno trilli di insetti e, infine, un rumore bianco e stridente che incide la coscienza nuda come gesso su una lavagna.
NOTA CRITICA
1. La Carne e il Pigmento
In questa lirica, Loretta rinuncia all'ornamento letterario per abbracciare la materia pura. L'inizio è "blu fiordaliso", ma la poesia non è decorativa. Il mascara e il rossetto (o meglio, le labbra accese dal "rosso dei papaveri") non abbelliscono, ma testimoniano. La metonimia del trucco che si scioglie è potentissima: è la verità del dolore che scioglie la finzione del silenzio. L’assenza non è un vuoto astratto, ma una sostanza "liquida" che macchia la realtà e si rapprende sulle labbra, quasi come una colpa o un'accusa.
2. L'Oro e il Vento: un'Erosione Semantica
Nella seconda parte, il paesaggio diventa una proiezione dell'io. "L’oro di memorie" è un’immagine classica e nobile, ma subito sferzata dalla violenza del vento. Il vento qui non è un elemento naturale gentile, ma un agente di erosione semantica: "sbrana il senso"e dissolve il discorso in eco. C’è una regressione regressiva del linguaggio: da parola umana ("quel dire") a puro suono animale ("trilli di grilli e cicale"). È la sconfitta del linguaggio razionale di fronte alla forza del ricordo.
3. La Sinestesia del Disagio Finale
Il verso finale, "bianco stridore di gesso sull'ardesia", è un capolavoro di sintesi poetica. Loretta non descrive il dolore, lo fa sentire fisicamente al lettore.
L'accostamento dell'aggettivo "bianco" (visivo) allo "stridore" (uditivo) crea una sinestesia di rara potenza.
Il gesso (bianco, polveroso, come gli arsi steli seccati dal vento) ferisce l'ardesia (nera, scura, come la notte e la traccia del mascara). È la rappresentazione definitiva della memoria: un segno chiaro e insopportabile che graffia l'oscurità del presente, lasciando una traccia che è, allo stesso tempo, presenza e polvere.
In questa poesia, Loretta, ha saputo calibrare perfettamente il contrasto tra il dolce (i fiori) e l'aspro (lo stridore). È un testo secco, privo di svenevolezze, che "graffia" proprio perché sceglie di mostrare la ferita invece di curarla.
Il finale è un colpo di frusta. Le parole non sono più sussurri, ma "trilli di grilli e cicale" che culminano in uno "stridore di gesso sull'ardesia". È il suono del ricordo che gratta contro la realtà, un rumore bianco e acuto che spezza l’incanto del silenzio iniziale.
Un’opera che conferma la capacità dell’autrice di abitare il dolore con una dignità estetica che non teme di mostrare le proprie crepe.
— Kairòs, 25 febbraio 2026


