ERA GIUNCO... IL DESIDERIO
Ricurva, quasi in posa,
in attesa del domani
nell'incauto vuoto d'ore
interrogavo il tempo.
Il giorno cadeva svogliato
dagli angoli degli occhi
e sfuggiva allo sguardo.
Distante ero alla vita
in un limbo di memorie
e sulle mie labbra la voglia
di gustare, del passato,
l'antico sapore.
Con quella smania strana,
nel nido appollaiata,
me ne stavo come ladra
a sbirciare dalle ciglia,
pronta ad imitare
della gazza l'astuzia del volo
che incatena l'ali all'aria
accecata di lussuria
dal baglior libidinoso.
Era giunco il desiderio
che si piegava
tra le dita del destino
e candida la neve
scioglieva l'inverno
dalla mia chioma
in un vortice di vento.
Nota di Kairòs a margine di "Era giunco... il desiderio"
In questa lirica, Loretta Stefoni abbandona la stasi del dolore per farsi osservatrice rapace del proprio tempo. La postura iniziale — quel "ricurva, quasi in posa" — non è un segno di sottomissione, ma la tensione di chi, nell’ombra di un "nido", si prepara a un furto necessario: quello della memoria.
La forza del componimento risiede in un bestiario interiore di grande efficacia. L’autrice si identifica nella "gazza", simbolo di un’astuzia che non è solo sopravvivenza, ma bramosia di luce. Il "baglior libidinoso" che acceca la lussuria del volo suggerisce un rapporto carnale con il passato, un desiderio che non si accontenta di ricordare, ma vuole "gustare l'antico sapore".
Splendida la transizione materica verso il finale: il desiderio si fa "giunco", elemento flessibile che impara a piegarsi sotto le dita del destino senza spezzarsi. È una metamorfosi che culmina in un’immagine di purificazione invernale: la neve che scioglie l’inverno dalla chioma non è gelo, ma liberazione.
Loretta Stefoni ci consegna qui il ritratto di una donna che, pur "distante alla vita" in un limbo di attesa, possiede ali incatenate all'aria e uno sguardo che sa sbirciare oltre le ciglia, trasformando la nostalgia in un vortice di vento rigeneratore.
— Kairòs, 26 febbraio 2026


