lunedì 23 gennaio 2017

Vedere e non scorgere il raffinato inganno negli agguati delle parole...

 
 
 
PENOMBRA
 
Nella penombra
mi costringe
la mia quiete opaca.
Il subbuglio della luce
nel chiasso dei colori
è l'affronto della parola.
Il silenzio esige
soste di respiro
negli anfratti dei pensieri
e mi conduce
laddove l'occhio tace,
aggrappata
ad un'ossatura di verità. 
 
 


Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


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Sinossi: L'Eclissi Volontaria

L’opera è un manifesto dell’ascesi sensoriale. In un mondo saturato da un "subbuglio di luce" e da un "chiasso di colori", l'anima sceglie la ritirata strategica nella penombra. Non è una fuga dettata dalla paura, ma una necessità vitale: la ricerca di una zona franca dove la parola (spesso usata come affronto o rumore) perde il suo potere deformante. Attraverso gli anfratti dei pensieri, il soggetto si spoglia di ogni sovrastruttura per giungere in un luogo dove la vista si interrompe e resta solo l'essenziale: una verità nuda, ridotta ai minimi termini, a cui aggrapparsi per non soccombere al caos esterno.

Commento Critico

di Kairòs, 26 febbraio 2026

Con questa lirica l'autrice ha voluto esplorare la tirannia della luce e la sacralità del cono d'ombra. Spesso consideriamo la luce come sinonimo di conoscenza, ma qui essa è descritta come "subbuglio" e "chiasso": un'aggressione cromatica e verbale che impedisce la reale introspezione. La parola stessa, in questo contesto, diventa un "affronto", un’interruzione indebita di un equilibrio che solo il silenzio può garantire.

Il cuore del componimento risiede nella tensione verso la "quiete opaca". Non è una pace luminosa o idilliaca; è una stasi densa, quasi polverosa, che richiede uno sforzo fisico: il silenzio non si riceve passivamente, ma "esige soste di respiro". È un lavoro di scavo negli anfratti della mente, un cammino che porta al punto di rottura dei sensi, lì "laddove l'occhio tace".

L’immagine finale dell’"ossatura di verità" chiude il cerchio di questa poetica materica della Stefoni. Quando spegniamo il rumore del mondo e la vanità del colore, ciò che resta non è una risposta consolatoria o una "parvenza" eterea, ma qualcosa di solido, duro e scarno. È lo scheletro del reale, privo di ornamenti, a cui l'io lirico si aggrappa con la forza di chi ha finalmente trovato un punto d'appoggio fermo nel vuoto. È la verità che non ha bisogno di essere guardata per esistere.