NOTA DELL’AUTRICE di Loretta Stefoni
C'è un momento, nel cuore della notte, in cui il silenzio smette di essere tale e diventa una voce che reclama attenzione. "Assenze Rumorose" nasce da quel torbido, dalla sensazione che il tempo non passi, ma ci inghiotta nei suoi giri a vuoto. Ho voluto descrivere la stanchezza di chi attende, non una risposta, ma semplicemente la fine di una battaglia interiore che solo la luce del mattino, seppur crudele, può interrompere.
ASSENZE RUMOROSE
Raggrinza la pelle del cielo
nel torbido delle nuvole,
disvela l'attesa
in un rito di sensi.
È un'altra notte consumata
tra i timpani,
eco di presenze
in assenze rumorose.
Vento, nient'altro,
e ingordi mulinelli di tempo
tra dissolvenze di ciglia
e resa di palpebre, offerte
allo strappo dell'alba.
Glossa ai Versi di Apertura
A cura dell'autrice
“Raggrinza la pelle del cielo / nel torbido delle nuvole, / disvela l'attesa / in un rito di sensi.”
In questi quattro versi inaugurali, il paesaggio smette di essere uno sfondo e si fa organismo vivente.
La Pelle del Cielo: L’immagine del cielo che si "raggrinza" suggerisce una stanchezza cosmica. Non è la volta stellata e perfetta dei poeti classici, ma una superficie tesa e usurata che riflette la fragilità del soggetto che la osserva. Come una pelle segnata dal tempo, il cielo si contrae sotto il peso del buio.
Il Torbido: Qui il notturno non è assenza di luce, ma presenza di una materia densa, quasi palpabile. Il "torbido" rappresenta lo stato liminale dell'insonnia, dove il pensiero non è più nitido e la realtà si mescola alla proiezione dei propri fantasmi interiori.
Il Rito: L'attesa non è un tempo morto, ma un'azione sacra. Definire l'attesa un "rito di sensi" significa riconoscere al corpo — colto nella sua massima tensione percettiva — il ruolo di sacerdote del silenzio. I sensi non riposano; officiano una liturgia in attesa di una rivelazione o di un ritorno.
IL COMMENTO CRITICO di Kairòs
In questa lirica, la Stefoni ci conduce nei territori impervi dell’insonnia, intesa non come semplice veglia, ma come "rito di sensi". Il cielo "raggrinzito" e il tempo che si fa "mulinello" descrivono un’esistenza che non scorre, ma vortica su se stessa. Il perno dell'opera risiede nell'ossimoro centrale delle "assenze rumorose". L'autrice ha saputo isolare quel paradosso del silenzio notturno che, invece di calmare, grida i nomi di chi (o cosa) manca, definendo lo stato dell'anima ferita. Ciò che manca occupa lo spazio sonoro con più violenza della realtà. È un'eco che non trova pareti, se non quelle dei "timpani" del poeta, costringendo ad una resa finale. La chiusura con "lo strappo dell'alba" toglie ogni tono bucolico al sorgere del sole, confermando la visione della Nostra: la luce è una rivelazione cruda che interrompe il rito dell'ombra, costringendo il corpo, ormai esausto, a "consegnarsi" al nuovo giorno. Una prova di ermetismo materico di rara intensità.


