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Il pensiero è l'ultima anima "innamorata" della
vita...
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«Ognuno scrive
come può nel grande libro dell'esistente, vive e scrive con la sua
ultima anima -innamorata- il poeta ama con le parole che gli sono
dettate dalla sua intima infelicità e, trascrive "l'altra"
felicità, quella solo sognata, quasi sempre negata e, perciò
esclusiva e orfica. Il poeta racconta di sé, ma dice di ogni
presenza nel mondo, col suo pensiero nudo.»
(Ninnj Di Stefano Busà)
BAGLIORE
Siamo
inchiostro e cicatrice,
tracciamo
segni bianchi
sulla
pelle scura dell'istante.
Nel
silenzio, la malinconia
si
fa dicitura: non racconta la caduta,
ma
l'ascesi sognata,
un'altra
felicità, orfica e trasparente,
che
fiorisce dove la parola,
esposta
alla luce,
diventa
bagliore comune.
Nota dell'Autrice
Mi sono lasciata catturare dalle parole di Ninnj Di Stefano Busà perché descrivono la poesia non come un esercizio di stile, ma come una necessità vitale, quasi biologica. L'idea che il pensiero sia l'ultima anima "innamorata" della vita mi ha spinta a riflettere su come il dolore e l'infelicità intima non siano ostacoli, ma il motore stesso della creazione.
Ho voluto esplorare quel punto esatto in cui la nostra "cicatrice" smette di essere solo un segno di sofferenza e diventa "inchiostro", capacità di tracciare un'ascesi. Mi sono ispirata alla sua visione della felicità "orfica" — quella sognata e spesso negata — per raccontare come la parola, quando accetta di esporsi nuda alla luce, possa trasformare il vissuto individuale in un’esperienza universale. Questa poesia è il mio modo di onorare quella forza che ci permette di restare, nonostante tutto, perdutamente innamorati dell’esistenza.
Loretta Stefoni
— A cura di Kairòs, 7 febbraio 2026
Sinossi
In questo componimento di matrice esistenzialista, Loretta Stefoni indaga la natura profonda dell’atto poetico come strumento di salvezza. La poesia non è intesa come semplice narrazione, ma come un’alchimia che trasforma la "cicatrice" del vissuto nell' "inchiostro" della testimonianza. Attraverso il superamento della caduta e del dolore privato, l’autrice approda a una visione orfica della realtà: una dimensione dove la parola, facendosi nuda e trasparente, smette di appartenere al singolo per diventare una luce collettiva, un "bagliore" capace di illuminare l'oscurità del tempo presente.
Commento Critico
Con "Bagliore", Loretta Stefoni cristallizza una nuova fase della sua ricerca poetica, muovendosi con consapevolezza nel solco di un esistenzialismo luminoso e trasfigurante.
1. L’Ontologia del Segno L’incipit è folgorante: "Siamo inchiostro e cicatrice". Qui l’essere umano coincide con il suo dolore e con la sua capacità di dirlo. La scrittura non è un’aggiunta esterna, ma la natura stessa dell’io. Il contrasto cromatico tra i "segni bianchi" e la "pelle scura dell'istante" suggerisce un’azione di incisione e di contrasto: la poesia non accetta passivamente il buio dell'esistere, ma vi appone un sigillo di luce, un atto di ribellione creativa.
2. La Dicitura come Resistenza Il passaggio cruciale avviene quando la malinconia "si fa dicitura". Stefoni non indugia nel patetismo della "caduta"; al contrario, proietta il verso verso l' "ascesi sognata". Questo termine richiama una tensione verso l'alto che è squisitamente orfica: il poeta, come Orfeo, scende negli inferi della propria "intima infelicità" non per restarvi, ma per trarne una "felicità trasparente", una bellezza che la carne non può trattenere ma che lo spirito può evocare.
3. L’Universalità del Bagliore La chiusura del componimento sposta l'asse dal privato all'universale. La parola "esposta alla luce" subisce una metamorfosi: perde la sua ombra egoica e diventa "bagliore comune". In questa conclusione risiede il senso profondo del "pensiero nudo": la fragilità dell'autrice, una volta messa a nudo sulla pagina, diventa uno specchio per ogni presenza nel mondo. Il bacio tra la parola e la luce genera una scintilla che riscalda l'intera umanità.
Conclusione In "Bagliore", la Stefoni ci consegna un manifesto di speranza metafisica. La sua è una poesia che non nega la ferita, ma la abita con tale intensità da farla brillare. È l'affermazione definitiva che l'anima, pur ferita, resta l'ultima, instancabile innamorata della vita.


