«Certe assenze non si misurano in chilometri, ma nello spazio millimetrico che separa un ricordo da una mano che non sa più dove posarsi. C’è un momento esatto, infatti, in cui il respiro dell’altro diventa vento nel silenzio: ci si guarda e ci si scopre stranieri proprio lì, dove un tempo tutto era pelle e promessa. Restano i confini, ma abbiamo smesso di chiamarli casa.» Loretta Stefoni
Ogni
attesa ha fame di ritorni.
Ho
voluto ascoltare la tua voce,
nel
mio oggi, un'ultima volta
per
portare le tue mani
ancora
nel mio domani.
Ma
il tempo esaspera le distanze
e
il vento zittisce i fiati.
Orizzonti
estranei
hanno
cambiato i nostri respiri.
Ormai
siamo troppo lontani
per
poterci ritrovare
negli
angusti confini
di
una pelle fatta esilio.
— A cura di Kairòs, 27 febbraio 2026
SINOSSI
La poesia è il resoconto di un ultimo, disperato tentativo di ricongiungimento attraverso la memoria uditiva e tattile. L’autrice cerca nella voce dell’altro un ponte che colleghi il presente ("il mio oggi") a un futuro possibile ("il mio domani"), sperando di trattenere il calore delle mani oltre il confine del distacco. Tuttavia, la realtà si impone con la forza degli elementi: il tempo e il vento agiscono come agenti di separazione, rendendo gli orizzonti estranei e i respiri asincroni. La conclusione sancisce l'impossibilità del ritorno: i corpi, un tempo luoghi di incontro, sono diventati "esilio", confini troppo stretti per contenere due anime ormai irrimediabilmente lontane.
COMMENTO CRITICO
In questo componimento, Loretta Stefoni esplora la geometria del distacco. La lirica si apre con una sentenza di rara bellezza — "Ogni attesa ha fame di ritorni" — che stabilisce immediatamente la tensione emotiva dell’opera: l’attesa non è un vuoto passivo, ma un appetito vorace che cerca sostanza nel passato.
Il cuore del testo risiede nel fallimento della memoria come ancora di salvezza. Sebbene l'autrice tenti di "portare le mani" nel domani, il tempo viene descritto come una forza che "esaspera le distanze", una deformazione prospettica che rende l'altro irraggiungibile. Notevole è l'uso degli elementi atmosferici: se in altre liriche il vento era impeto e movimento, qui esso "zittisce i fiati", diventando complice del silenzio e dell'estraneità.
La chiusura è di una potenza amara e definitiva. L'immagine della "pelle fatta esilio" ribalta il concetto classico del corpo come casa. Quando l'intimità si corrompe, la vicinanza fisica non è più rifugio ma prigione, un "angusto confine" dove non è più possibile trovarsi perché si è diventati stranieri a se stessi e all'altro. Una poesia che abita la soglia del definitivo, scritta con la precisione di chi sa che certi respiri non torneranno mai a sovrapporsi.


