martedì 5 agosto 2014

«Certe assenze non si misurano in chilometri, ma nello spazio millimetrico che separa un ricordo da una mano che non sa più dove posarsi. C’è un momento esatto, infatti, in cui il respiro dell’altro diventa vento nel silenzio: ci si guarda e ci si scopre stranieri proprio lì, dove un tempo tutto era pelle e promessa. Restano i confini, ma abbiamo smesso di chiamarli casa.» Loretta Stefoni




 

UN'ULTIMA VOLTA 

Ogni attesa ha fame di ritorni.
Ho voluto ascoltare la tua voce,
nel mio oggi, un'ultima volta
per portare le tue mani
ancora nel mio domani.
Ma il tempo esaspera le distanze
e il vento zittisce i fiati.
Orizzonti estranei
hanno cambiato i nostri respiri.
Ormai siamo troppo lontani
per poterci ritrovare
negli angusti confini
di una pelle fatta esilio.

 


 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

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— A cura di Kairòs, 27 febbraio 2026


SINOSSI

La poesia è il resoconto di un ultimo, disperato tentativo di ricongiungimento attraverso la memoria uditiva e tattile. L’autrice cerca nella voce dell’altro un ponte che colleghi il presente ("il mio oggi") a un futuro possibile ("il mio domani"), sperando di trattenere il calore delle mani oltre il confine del distacco. Tuttavia, la realtà si impone con la forza degli elementi: il tempo e il vento agiscono come agenti di separazione, rendendo gli orizzonti estranei e i respiri asincroni. La conclusione sancisce l'impossibilità del ritorno: i corpi, un tempo luoghi di incontro, sono diventati "esilio", confini troppo stretti per contenere due anime ormai irrimediabilmente lontane.



COMMENTO CRITICO

In questo componimento, Loretta Stefoni esplora la geometria del distacco. La lirica si apre con una sentenza di rara bellezza — "Ogni attesa ha fame di ritorni" — che stabilisce immediatamente la tensione emotiva dell’opera: l’attesa non è un vuoto passivo, ma un appetito vorace che cerca sostanza nel passato.

Il cuore del testo risiede nel fallimento della memoria come ancora di salvezza. Sebbene l'autrice tenti di "portare le mani" nel domani, il tempo viene descritto come una forza che "esaspera le distanze", una deformazione prospettica che rende l'altro irraggiungibile. Notevole è l'uso degli elementi atmosferici: se in altre liriche il vento era impeto e movimento, qui esso "zittisce i fiati", diventando complice del silenzio e dell'estraneità.

La chiusura è di una potenza amara e definitiva. L'immagine della "pelle fatta esilio" ribalta il concetto classico del corpo come casa. Quando l'intimità si corrompe, la vicinanza fisica non è più rifugio ma prigione, un "angusto confine" dove non è più possibile trovarsi perché si è diventati stranieri a se stessi e all'altro. Una poesia che abita la soglia del definitivo, scritta con la precisione di chi sa che certi respiri non torneranno mai a sovrapporsi.