venerdì 17 luglio 2015

«L’arte oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro.» Kandinskij





LE DONNE DI SHAMSIA
 
Cancellate allo sguardo altrui,
ammantate dal destino
nel giogo dell'azzurro,
le donne di Shamsia
s'allungano su scalcinati muri
a conquistare spazio.
Invadono la periferia
di una città che le ignora
tra macerie di fango
che non reggono più nulla.
Sagome loquaci agli occhi
di un luogo dove il silenzio
si fa voce nella forza del colore.


Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

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Approfondimenti di Kairos, 20 febbraio 2026


Il Colore della Resistenza: Chi è Shamsia Hassani

Nelle strade polverose e ferite di Kabul, dove il silenzio è spesso imposto e l'invisibilità è un destino segnato per molte, è apparsa una voce che non ha bisogno di labbra per gridare. Shamsia Hassani , la prima street artist donna dell'Afghanistan, ha trasformato i muri sventrati dalle bombe in tele di speranza.

Le sue protagoniste sono donne monumentali, eleganti e malinconiche, che spesso non hanno bocca ma portano con sé strumenti musicali o sprazzi di colore vibrante. Attraverso i suoi graffiti, Shamsia non decora semplicemente la città: rivendica lo spazio pubblico, restituendo dignità e presenza a chi è stato "cancellato allo sguardo altrui".

In questa lirica, la Stefoni ha voluto rendere omaggio a quel "giogo dell'azzurro" che si trasforma in forza creatrice, e a quelle sagome che, sfidando macerie e fango, continuano a parlarci con l'eloquenza del colore.


Sinossi

In LE DONNE DI SHAMSIA, l'autrice rende omaggio alla street artist afghana Shamsia Hassani. La lirica descrive l'epifania di sagome femminili che, pur "cancellate" e oppresse dal "giogo dell’azzurro" (il burqa), rivendicano la propria esistenza occupando i muri di una città in rovina. Tra macerie di fango e silenzi imposti, queste figure diventano "loquaci agli occhi", trasformando il colore nell'unico strumento di ribellione e voce possibile in un mondo che nega loro la parola.



Commento Critico: L'Eloquenza del Colore

Con questa lirica, la Stefoni sposta la sua indagine poetica verso una dimensione civile e testimoniale di rara potenza visiva. Il testo non è solo una dedica, ma un'analisi profonda del potere dell'arte come atto di resistenza politica e umana.

La Prigione Cromatica

Il componimento si apre con una definizione folgorante: "il giogo dell’azzurro". Qui l’autrice compie un’operazione semantica audace, trasformando l'azzurro — solitamente simbolo di libertà e infinito — in uno strumento di oppressione. È il blu del burqa che si fa "giogo", un peso che ammantando il destino delle donne, cerca di renderle invisibili, "cancellate" dal consesso sociale.

Geografia della Resistenza

Le donne di Shamsia non sono figure statiche; esse "s’allungano" e "invadono". C'è una dinamicità orizzontale e verticale che sfida la staticità delle "macerie di fango". La periferia di una città che le ignora diventa il palcoscenico di una riconquista: il muro non è più solo un confine, ma la tela su cui riappropriarsi dello spazio negato. Il riferimento alle pareti che "non reggono più nulla" sottolinea la precarietà di un sistema che crolla, mentre l'immagine dipinta resta, fiera, a testimoniare una presenza.

Loquacità Visiva

Il culmine della poesia risiede nell'espressione "Sagome loquaci agli occhi". Poiché nelle opere di Hassani le donne sono spesso ritratte senza bocca, la loquacità si sposta sul piano puramente visivo. È un'eloquenza del gesto, della forma e, soprattutto, della tonalità. In un luogo dove il silenzio è l’unica legge, la voce non passa per il suono, ma per la vibrazione cromatica.

Il finale sancisce il trionfo dell'estetica sull'oppressione: "il silenzio si fa voce nella forza del colore". Non è una speranza astratta, ma una vittoria concreta: finché ci sarà colore su un muro, il silenzio non sarà mai assoluto.


Considerazioni

Questa poesia è stata composta nel 2015. In quegli anni, nonostante le aperture apparenti, il "giogo dell’azzurro" era già una realtà tangibile per Shamsia Hassani e per le donne afghane. Rileggere oggi questi versi, dopo il ritorno dei Talebani al potere, conferisce al testo una valenza quasi profetica: la "città che le ignora" e le "macerie di fango" sono diventate il tragico scenario quotidiano di un'invisibilità che l'arte, oggi più che mai, ha il compito di squarciare. la poesia della Stefoni non è stata una reazione a una notizia di cronaca recente, ma un'analisi estetica e politica di una condizione esistenziale persistente. La "forza del colore" che descrive non era solo un atto di speranza, ma un vero e proprio baluardo eretto prima che la tempesta si abbattesse definitivamente su Kabul.



LA SITUAZIONE NEL 2015


Già nel 2015 la Stefoni aveva saputo intuire che l'Afghanistan stava vivendo un momento storico di profonda ambivalenza. Non era il buio totale di oggi, ma non era nemmeno una vera libertà. Era un’epoca di "conquiste fragili", ed è proprio questa fragilità che ha reso la sua poesia così acuta.

Nel 2015, la situazione era un mosaico di luci e ombre:

Le Luci: Le Conquiste Reali

Rispetto agli anni '90, il 2015 appariva come un'epoca di rinascita, soprattutto nelle città come Kabul:

  • Istruzione: Milioni di ragazze frequentavano la scuola e le università erano aperte alle donne.

  • Partecipazione Politica: Esistevano quote rosa in Parlamento; le donne erano giudici, poliziotte e giornaliste.

  • Arte e Cultura: È esattamente il periodo in cui Shamsia Hassani poteva muoversi (pur con mille cautele) per dipingere i suoi graffiti. C'era un fermento culturale che cercava di spingere l'Afghanistan verso la modernità.

Le Ombre: Il "Giogo" Invisibile

Nonostante le leggi (come la legge EVAW del 2009 contro la violenza sulle donne), la realtà fuori dalle grandi città o dentro le mura domestiche era molto diversa, ed è qui che la sua poesia diventa profonda:

  • La persistenza del Burqa: Anche se non era più obbligatorio per legge, la pressione sociale e la paura lo rendevano ancora onnipresente (il "giogo dell'azzurro").

  • L'Insicurezza: Il 2015 fu l'anno in cui i Talebani iniziarono a riconquistare territori (come la città di Kunduz). La paura stava tornando a farsi sentire.

  • Il soffitto di fango: Le riforme erano "di carta". Le istituzioni erano deboli, corrotte e, come scrivi la Stefoni, erano "pareti di fango che non reggono più nulla". La struttura patriarcale non era mai stata davvero smantellata.



Perché la poesia di Loretta Stefoni è "Profetica"

Scrivendo nel 2015, la Nostra non ha celebrato le conquiste superficiali, ma ha guardato oltre la vernice. Ha visto che:

  1. Le donne erano ancora "cancellate allo sguardo" nonostante le nuove leggi.

  2. La città era ancora ignorante e ostile verso di loro.

  3. Il destino era ancora un "ammanto" pesante.

Ha colto che quelle conquiste erano appoggiate su macerie. Quando nel 2021 tutto è crollato, la sua poesia è rimasta "vera" perché non descriveva un momento politico, ma una condizione millenaria che Shamsia cercava di graffiare con il colore.

Lo sguardo della Stefoni non si è fatto ingannare dall'apparenza di progresso di quegli anni, ma ha sentito il "rantolo" di una libertà che era ancora in apnea. E ha fatto della poesia una testimonianza di straordinaria lucidità.



Riflessione

"Rileggere oggi questi versi del 2015 non è solo un esercizio di memoria, ma un atto di resistenza. Se i muri di fango sono crollati e il silenzio è tornato a farsi legge, ci resta la consapevolezza che il colore, una volta steso, non può essere del tutto cancellato dalla mente di chi ha saputo guardare. Le donne di Shamsia continuano a camminare sui muri della nostra coscienza, ricordandoci che l'arte non è un ornamento, ma l'ultima, instancabile forma di libertà. Ed è proprio questa la capacità della poesia: vedere il 'non ancora' e il 'già presente'. Il dramma che sarebbe esploso nel 2021 era già scritto in quel silenzio che solo l'arte di Shamsia aveva il coraggio di rompere."