venerdì 19 febbraio 2016


«Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente.» (Sigmund Freud)




 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

 Questo testo è protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito. 


 

SULLA PUNTA DELLA LINGUA
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mercoledì 10 febbraio 2016

ONORE AI MARTIRI DELLE FOIBE

 
 
 
«Questi innumerevoli morti, questi torturati, questi massacrati, questi offesi sono affare nostro. Chi parlerebbe di loro se non ne parlassimo noi? I morti dipendono interamente dalla nostra fedeltà.» Vladimir Jankélévitch


 

In onore dei martiri delle foibe e in ricordo dell'esodo che ne seguì
 
 
 
ED IL BUIO NON EBBE LUCE
(Foibe ed esodo: il dovere della memoria)
 
Ed il buio non ebbe luce...
Dell'uomo la follia
fece strage del fratello.
Di sangue si sporcarono le mani
dieci, cento volte ancora
nel silenzio del cielo, del vento,
della terra, della pietra...
Profonde gole
aprirono le fauci
ai rinnegati figli
e tacquero l'infamia del gran pasto.
La salvezza fu la fuga,
ma l'orizzonte incerto
non diede al petto respiro sicuro.
Tasche vuote e spalle curve,
un passo dietro l'altro alla ricerca
del solco buono ove piantare
radici di fretta strappate.
Arida fu la zolla
ai piedi scalzi
e solo porte chiuse e orecchie sorde
dietro l'uscio a cui bussare.
Non un tetto
né un tozzo di pane
nel bel paese che fece
del suo esule il reietto
e alle ortiche la memoria
laddove il vero 
nell'oblio si disfa.
 
 
(2^ Versione anno 2016 - Polimetro)
  
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 

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domenica 7 febbraio 2016

«La felicità non va inseguita, ma è un fiore da cogliere ogni giorno, perché essa è sempre intorno a te. Basta accorgersene.» Sergio Bambarén

 
 
 
92 anni e non sentirli, né tantomeno dimostrarli...
 

Il Segreto dell'Orologio

Novantadue anni non sono un peso, ma un'altitudine. A questa altezza l'aria è più limpida e lo sguardo ha imparato a distinguere l'essenziale dal superfluo.

Non è nei numeri la tua età, ma nella caparbietà della luce che porti negli occhi, una scintilla che sembra aver stretto un patto segreto con la giovinezza. Le rughe, se ci sono, non sono solchi di stanchezza, ma i sentieri su cui hai fatto correre la vita, i binari di mille sorrisi e di qualche tempesta domata con la dignità di chi sa che il tempo non è un nemico, ma un sarto sapiente.

Oggi non festeggiamo il passare dei giorni, ma la vittoria della tua vitalità. Novantadue anni e non sentirli: perché il cuore non conosce anagrafe, e la tua anima continua a ballare il suo valzer più bello, fiera di una bellezza che non sbiadisce, ma si fa luce per chi ti cammina accanto.


Loretta Stefoni


 
BUON COMPLEANNO PAPA'!


martedì 2 febbraio 2016

«Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio.» (A. de Saint-Exupéry)


 
 
 

UN LIMBO DI FIATI

Affila i suoi raggi il sole,
spietato, li infilza come aculei
negli occhi offerti nudi.
Sospesa in un limbo di fiati
balbetto, accordo la voce
nel rito d'esser bocca.
Vorrei fuggire lontano,
ma il passo trema
nel consegnarsi alla terra.
Dove abiterà la mia parola
se il vento si fa nemico
nel sottrarmi, impunito,
persino l'ultimo sospiro?

 


Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 
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Nota dell'Autrice

Scrivere, per me, non è mai stato un atto di pura narrazione, ma un tentativo di abitare quel tempo opportuno in cui la realtà smette di scorrermi addosso e mi costringe all'impatto.

In questi versi, ho voluto esplorare la fatica di quel passaggio. Spesso ci sentiamo al sicuro nel nostro silenzio, in quel "limbo di fiati" dove tutto è ancora possibile perché nulla è ancora detto. Ma arriva un momento in cui la luce ci impone di guardare e la terra ci chiede di poggiare il piede. In quel momento, balbettare non è un segno di debolezza, ma l'inizio di un rito: la trasformazione del dolore in voce, del respiro in testimonianza.

Farsi "bocca" è un rischio necessario. Perché se è vero che il vento può sottrarci il sospiro, è solo attraverso la parola che possiamo sperare di aver trovato, anche solo per un istante, la nostra vera dimora.

Loretta Stefoni


A cura di Kairòs, 4 febbraio 2026

SINOSSI: L'ESILIO DELLA PAROLA

In un paesaggio mentale dominato da un'arsura sensoriale ed esistenziale, il soggetto poetico vive il trauma dell'esposizione. Il sole non è fonte di vita, ma un carnefice che usa la luce come arma per colpire uno sguardo che ha smesso di difendersi. In questa sospensione dolorosa — un "limbo di fiati" — l'essere tenta la, faticosa transizione dal silenzio alla parola, un processo descritto come un rito di iniziazione fisica e spirituale. Tuttavia, la terra incute timore e il vento agisce come un predatore dell'anima. La lirica approda a un interrogativo metafisico: quale dimora potrà mai trovare la voce del poeta in un mondo che sembra congiurare per sottrargli anche l'ultimo respiro?



COMMENTO CRITICO


Questa lirica rappresenta una delle vette più alte dell'ermetismo materico contemporaneo, dove ogni termine è scelto per la sua capacità di ferire e di rivelare.

  • La Luce come Offesa: Il ribaltamento del simbolo solare è totale. Il sole "affila" e "infilza", trasformando l'illuminazione in una tortura. Gli "occhi offerti nudi" indicano una vulnerabilità consapevole: il poeta non è una vittima passiva, ma un martire della propria visione, colui che accetta il dolore pur di non chiudere lo sguardo sulla realtà.

  • L'Ontologia della Voce: Il passaggio centrale — il "rito d'esser bocca" — è una riflessione profonda sulla natura della poesia. Balbettare e accordare la voce non sono gesti quotidiani, ma atti sacri. Farsi "bocca" significa accettare la propria incarnazione e il peso della testimonianza, uscendo dal limbo dell'astrazione per entrare nella concretezza, spesso dolorosa, del Verbo.

  • L'Instabilità del Reale: Il timore del passo nel "consegnarsi alla terra" descrive il conflitto tra il desiderio di fuga e la necessità del radicamento. La terra è il luogo della verità, ma è anche il luogo dove il peso dell'esistere si fa insopportabile.

  • Il Vento dell'Oblio: Il finale è dominato dalla figura del vento "nemico e impunito". Esso non è un semplice fenomeno atmosferico, ma la forza del caos e del tempo che disperde la memoria. Il dubbio sulla "dimora" della parola è l'angoscia stessa del poeta: il timore che la bellezza e la verità, una volta pronunciate, vengano immediatamente rapite e dissolte prima di aver trovato ascolto.

giovedì 3 dicembre 2015

 
 
 

«Impara a vedere la <poesia> come intelligenza del cuore, un raggio di sole che emana dentro di noi la Bellezza che manca nel mondo. Amala, perché essa t'insegnerà a vedere al di là degli occhi e ti proietterà oltre quella banalità, che ogni necessitante ragione dell'intelletto ti reclama a gran voce.» (Ninnj Di Stefano Busà)