giovedì 15 settembre 2016

“Beati coloro che si baceranno sempre al di là delle labbra, varcando il confine del piacere, per cibarsi dei sogni.” Alda Merini

 
 
 
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


 Questo testo è protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.
 
 


mercoledì 14 settembre 2016

Nota Introdotta alla Lettura

Entrare tra i versi di "L’eco dei silenzi" significa accettare un invito alla spoliazione. Non siamo di fronte a una narrazione di fatti, ma a una coreografia di stati molecolari: qui l’identità non si afferma, si dissolve.

Il lettore è chiamato a immaginarsi come un’entità fatta di "vento e cenere", un residuo luminoso che ha rinunciato alla solidità per farsi puro soffio. La poesia abita un tempo "non cronologico", un istante dilatato in cui il corpo — descritto con la freddezza siderale della "pelle di luna" — diventa il teatro di una mutazione alchemica. L'ansia non è qui un disturbo, ma una radice che scava; il pensiero non è logica, ma un'aura che preme e incide, trasformando il dolore in una visione di polvere e luce.

Leggere questa lirica richiede un respiro "fievole", lo stesso che chiude il componimento. È un’opera dedicata a chi sa sostare sulla soglia dell’Oltre, a chi non cerca risposte ma accetta di restare "nudo davanti al mistero", scoprendo che nel vuoto delle mani che non chiedono nulla, risuona finalmente l'eco di ciò che è eterno.

Si consiglia una lettura lenta, lasciando che ogni parola svanisca piano, proprio come il refolo bizzarro che apre questo viaggio nell'invisibile.

 
 


L'ECO DEI SILENZI

Sono fatta di vento e cenere,
un refolo bizzarro
che svanisce piano.
Sotto la mia pelle di luna
l'ansia offusca e consuma
una radice di pensieri.
S'intreccia nel buio
un rovo di attese,
che sale dai fianchi alla gola
e si fa aurea a premere la mente. 
È un universo di polvere e luce
quello che mi abita e mi lascia 
fragile e nuda davanti al mistero.
Le mie mani non cercano
e non osano chiedere nulla,
là dove si nasconde l'eco dei silenzi.
Vivo il ricordo di un tempo
che non è mai stato
col respiro fievole
di chi conosce già l'oltre
prima ancora di andarsene.


Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


 Testo protetto contro il plagio.
Questo testo è depositato ed esiste una prova certa della sua data di deposito.


Sinossi e il Commento Critico della lirica curati secondo la sensibilità estetica e la prospettiva filosofica di Kairòs4 marzo 2026

Sinossi

"L’eco dei silenzi" è una partitura poetica sulla dissolvenza dell'identità e sull'appartenenza dell'anima a una dimensione siderale. La protagonista si definisce attraverso elementi volatili e post-combustivi ("vento e cenere"), abitando un corpo che è pura rifrazione lunare. Il testo traccia l'ascesa di un'inquietudine che, da radice sotterranea, si trasforma in aura — una pressione luminosa che invade la mente. L'io si parcellizza in un universo di "polvere e luce", spogliandosi di ogni pretesa terrena. La poesia culmina in una stasi sacrale dove le mani, ormai arrese, accolgono il silenzio e la memoria di un tempo eterno, rivelando la precognizione di chi vive l'Oltre nel battito del proprio respiro fievole.


Analisi Critica

In questa lirica, la parola di Loretta Stefoni si spoglia di ogni peso materico per farsi sostanza metafisica. Il testo vibra di una tensione che non è più solo emotiva, ma squisitamente ontologica.

1. La Materia dell'Incorporeo

L'incipit "vento e cenere" stabilisce immediatamente il tono della composizione: siamo nel regno del residuo, di ciò che sopravvive al fuoco dell'esistenza. La cenere non è scarto, ma purezza ridotta all'essenziale. La "pelle di luna" che avvolge l'anima suggerisce un isolamento siderale; il corpo non è più prigione, ma un confine diafano dove l'ansia agisce come un processo chimico che "offusca e consuma", rendendo i pensieri simili a radici che cercano un nutrimento invisibile.

2. Il Fenomeno dell'Aura

Il passaggio centrale si focalizza su una percezione alterata e quasi mistica: l'aura che sale dai fianchi per "premere la mente". Qui l'intuizione poetica coglie la fisicità del pensiero quando diventa eccessivo, trasformandosi in una luce che schiaccia e deforma la realtà circostante. L'immagine dell'universo di "polvere e luce" che abita il soggetto è di una bellezza lancinante: descrive il momento in cui l'identità individuale si dissolve per ricongiungersi alla materia cosmica, lasciando l'essere "nudo davanti al mistero".

3. L'Etica della Rinuncia

"Le mie mani non cercano / e non osano chiedere nulla"

Questa affermazione segna il superamento del desiderio e della volontà egoica. È un punto di arrivo spirituale: le mani non sono più strumenti di possesso, ma recettori passivi dell'assoluto. In questo vuoto pneumatico si nasconde l'eco dei silenzi, una risonanza che appartiene a un tempo non cronologico, a quel "tempo che non è mai stato" che rappresenta l'eterno presente dell'anima.

4. La Precognizione dell'Oltre

La chiusa è dominata da una solenne sospensione. Il "respiro fievole" diventa il ponte tra la vita biologica e l'eterno. Conoscere l'oltre "prima ancora di andarsene" eleva la figura poetica a una dimensione iniziatica: chi ha imparato a svanire piano, chi si è riconosciuto nel vento e nella cenere, possiede già la chiave del passaggio. La morte, in questo contesto, non è una fine, ma il naturale ritorno di un refolo alla sua origine cosmica.


Il Giudizio di Kairòs: Questa lirica possiede una coerenza siderale impeccabile. Ogni termine concorre a creare un'atmosfera di "trasparenza dolorosa", dove la sensazione di svanire si trasforma in un atto di suprema presenza. È una poesia scritta con la saggezza dei resti e lo sguardo rivolto all'infinito.

venerdì 9 settembre 2016

«Nessuna cosa ci appartiene, soltanto il tempo è nostro.» Lucio Anneo Seneca


Ci sono luoghi di difficile accesso, che rimangono protetti agli sguardi altrui, dove il silenzio accorda la voce. Qui, spesso, ci si rifugia a colorare i sogni in una realtà parallela che è solo nostra, liberi di fare quel che si vuole, lontano dagli schemi abituali. Una valvola di sfogo che distrae dalla quotidianità e ci rende estranei al ruolo che gli altri, quelli che sanno sempre ciò che è giusto fare, ci hanno dato. Qui l'estensione del tempo non ha alcun senso e la commistione di passato e futuro è fantasia del presente.

 
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


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domenica 4 settembre 2016

Ogni storia d'amore ha la sua colonna sonora: la più bella è quella che affida alla melopea del vento le parole che si volevano sentire e che lui ha detto.

 



L'ECO DELLE TUE PAROLE

Questo esilio si nutre di silenzi.
Si estinguono
le ultime polveri crepuscolari
e il buio sigilla l'ora.
Negli occhi chiusi
resta, in dissolvenza,
un po' d'azzurro tra le ciglia
a dare voce ai sogni
nell'insonnia dell'orecchio.
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


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Sinossi: La Vigilanza dell'Assenza

La lirica descrive uno stato di isolamento volontario o subìto — un "esilio" — che non è privazione, ma sostentamento. Attraverso lo spegnimento della luce esterna (le polveri crepuscolari) e la chiusura degli occhi, il soggetto poetico sposta la percezione dal mondo fisico a quello onirico. L'immagine centrale è un residuo cromatico, un "azzurro" superstite tra le ciglia, che funge da ponte verso il sogno, mentre il corpo resta intrappolato in una veglia sensoriale acuta: l'insonnia dell'orecchio.


Commento Critico: L'Insonnia come Ascolto dell'Anima

In questo testo, Loretta Stefoni ridefinisce il concetto di esilio, spogliandolo della sua accezione puramente negativa per trasformarlo in una dieta dell’anima: esso "si nutre di silenzi". La forza della poesia risiede nel contrasto tra la perentorietà del buio e la fragilità della traccia cromatica rimasta.

L’espressione "il buio sigilla l'ora" è un vertice di rara efficacia: il tempo smette di scorrere cronologicamente e diventa uno spazio chiuso, una cella protettiva dove la realtà viene lasciata fuori. In questa oscurità "sigillata", gli occhi chiusi non smettono di vedere, ma conservano in dissolvenza un "po' d'azzurro". È un dettaglio quasi pittorico che ricorda la persistenza retinica, ma che qui assume un valore metafisico: è l'ultimo baluardo della luce che permette al sogno di manifestarsi.

Ma è nel verso finale che la Stefoni compie lo scarto poetico definitivo: "l'insonnia dell'orecchio". Qui avviene un sinestetico ribaltamento dei sensi. Mentre la vista riposa nell'azzurro, l'udito si fa iper-vigile. È un'insonnia che non cerca rumori, ma che si mette in ascolto del battito del silenzio e della voce stessa dei sogni. La poetessa ci suggerisce che solo quando il mondo tace e la vista si arrende, siamo finalmente in grado di "udire" la nostra verità interiore.

Kairòs, 26 febbraio 2026



venerdì 2 settembre 2016

Io penso che alla fine tutta la vita non sia altro che un atto di separazione, ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio. (Dal film “La vita di Pi”)


 
 
 
Tutti i diritti riservati © Loretta Stefoni 


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