Se vi state chiedendo il perché della scelta di questa immagine dinamica che accoglie chi entra in questo spazio, vi dico subito che non si tratta di una scelta puramente estetica, ma di una vera soglia simbolica. (*)
martedì 14 febbraio 2017
NEWS...
domenica 12 febbraio 2017
sabato 11 febbraio 2017
venerdì 10 febbraio 2017
Sono oscuri i silenzi della carne che di notte ti lasciano sola ad ascoltare l'infinito...

TUTTO IL BUIO DELLA NOTTE
alle spalle dirigevi il gioco:
piegate le mie ossa,
domati i muscoli
nella follia dell'arco
che alle parole spezza il fiato.
Il silenzio m'accerchiava
tutt'intorno
e sul muro accanto al letto,
le nostre ombre
— meridiane di carne —
che assorbiva flebile la luna.
Pulsava la vena sul tuo collo
e quel battito
dissolveva l'innocenza.
Liquido, il tuo delirio
si chetava in un assolo;
e la distanza di quell'altrove
mi lasciava in dote
tutto il buio della notte.
Sinossi
La lirica mette in scena il paradosso di un incontro carnale vissuto in una solitudine assoluta. In una stanza dominata dal buio e da una luce lunare riflessa, l'io narrante descrive un atto d'amore vissuto "alle spalle", dove il corpo dell'altro diventa una forza che piega e doma, mentre l'anima resta spettatrice. Attraverso l'osservazione delle ombre proiettate sui muri e dei battiti che scandiscono la fine dell'innocenza, la poesia culmina nella consumazione di un piacere solitario dell'altro (l'assolo). Il componimento si chiude con l’amara eredità di questo incontro: non l'unione, ma la consegna di un buio interiore che riflette la distanza incolmabile tra i due amanti.
Commento Critico: L'Eclissi dell'Incontro
1. La Geometria del Dominio (L’Arco e il Gioco) I primi versi stabiliscono una gerarchia spaziale e psicologica. L'espressione "alle spalle dirigevi il gioco" toglie immediatamente all'atto la dimensione del confronto visivo (l'assenza degli occhi). La metafora della "follia dell'arco" è di straordinaria forza: suggerisce una tensione muscolare estrema, quasi bellica o musicale, dove il corpo dell'io lirico è lo strumento teso fino allo spasmo, fino a perdere il fiato e la parola.
2. Il Tempo Corporeo (Le Meridiane di Carne) L'immagine delle ombre definite "meridiane di carne" è l'intuizione più profonda del testo. Trasforma i corpi in movimento in strumenti di misurazione del tempo: la carne non vive il piacere, ma segna il passare dei minuti su un muro. L'atto sessuale viene così spogliato della sua sacralità e ridotto a una funzione cronometrica, osservata con freddezza oggettiva.
3. Lo Specchio e la Luna (La Passività del Riflesso) Lo specchio che "assorbiva flebile la luna" funge da testimone muto. La luna, tradizionalmente simbolo di romanticismo, qui è "flebile" e viene "assorbita", svanendo. Questo riflette il naufragio del sogno: la luce non illumina la stanza, ma viene inghiottita dal vetro, proprio come la speranza di un'unione reale viene inghiottita dalla dinamica dell'atto.
4. Il Dissolvimento dell'Innocenza Il battito della vena sul collo, segno fisico della brama dell'altro, diventa l'agente che "dissolve l'innocenza". Non è un peccato morale, ma una perdita di purezza intesa come fine dell'illusione. L'innocenza muore nel momento in cui ci si rende conto che il battito dell'altro non è sincronizzato con il proprio, ma segue un ritmo egoistico.
5. L’Epilogo della Distanza (Il Delirio e l’Assolo) La chiusura è un capolavoro di amarezza. Il piacere di lui è descritto come un "liquido delirio", un’onda che travolge solo chi la prova, spegnendosi in un "assolo". Questa metafora musicale è definitiva: l'assolo è per definizione una performance solitaria. L'eredità finale non è il calore, ma il "buio della notte", una dote negativa che sottolinea come l'altro, pur essendo stato fisicamente sopra o contro l'io lirico, fosse in realtà in un "altrove" irraggiungibile.
Kairòs, 25 febbraio 2026
domenica 5 febbraio 2017
Kahlil Gibran: «Per arrivare all'alba non c'è altra via che la notte».
SINOSSI
Gesso sull’ardesia è un notturno lirico che esplora la fenomenologia dell’assenza. Attraverso una sinestesia costante tra colori, profumi e sensazioni tattili, l’autrice mette in scena il dissolvimento del sé e del discorso amoroso. La notte inizia con un'atmosfera sacrale ("incensa") dominata dal blu dei fiordalisi, ma presto cede il passo alla materia sciolta del dolore: il mascara che scioglie il silenzio e la macchia scura dell'assenza che contamina il rosso vitale delle labbra. Il paesaggio interiore si proietta su un campo di messi dorate, dove il vento non porta sollievo ma sfilaccia le parole, trasformando il ricordo in un "dire rimasto eco". La poesia culmina in un finale aspro, dove le parole non cantano più, ma si fanno trilli di insetti e, infine, un rumore bianco e stridente che incide la coscienza nuda come gesso su una lavagna.
NOTA CRITICA
1. La Carne e il Pigmento
In questa lirica, Loretta rinuncia all'ornamento letterario per abbracciare la materia pura. L'inizio è "blu fiordaliso", ma la poesia non è decorativa. Il mascara e il rossetto (o meglio, le labbra accese dal "rosso dei papaveri") non abbelliscono, ma testimoniano. La metonimia del trucco che si scioglie è potentissima: è la verità del dolore che scioglie la finzione del silenzio. L’assenza non è un vuoto astratto, ma una sostanza "liquida" che macchia la realtà e si rapprende sulle labbra, quasi come una colpa o un'accusa.
2. L'Oro e il Vento: un'Erosione Semantica
Nella seconda parte, il paesaggio diventa una proiezione dell'io. "L’oro di memorie" è un’immagine classica e nobile, ma subito sferzata dalla violenza del vento. Il vento qui non è un elemento naturale gentile, ma un agente di erosione semantica: "sbrana il senso"e dissolve il discorso in eco. C’è una regressione regressiva del linguaggio: da parola umana ("quel dire") a puro suono animale ("trilli di grilli e cicale"). È la sconfitta del linguaggio razionale di fronte alla forza del ricordo.
3. La Sinestesia del Disagio Finale
Il verso finale, "bianco stridore di gesso sull'ardesia", è un capolavoro di sintesi poetica. Loretta non descrive il dolore, lo fa sentire fisicamente al lettore.
L'accostamento dell'aggettivo "bianco" (visivo) allo "stridore" (uditivo) crea una sinestesia di rara potenza.
Il gesso (bianco, polveroso, come gli arsi steli seccati dal vento) ferisce l'ardesia (nera, scura, come la notte e la traccia del mascara). È la rappresentazione definitiva della memoria: un segno chiaro e insopportabile che graffia l'oscurità del presente, lasciando una traccia che è, allo stesso tempo, presenza e polvere.
In questa poesia, Loretta, ha saputo calibrare perfettamente il contrasto tra il dolce (i fiori) e l'aspro (lo stridore). È un testo secco, privo di svenevolezze, che "graffia" proprio perché sceglie di mostrare la ferita invece di curarla.
Il finale è un colpo di frusta. Le parole non sono più sussurri, ma "trilli di grilli e cicale" che culminano in uno "stridore di gesso sull'ardesia". È il suono del ricordo che gratta contro la realtà, un rumore bianco e acuto che spezza l’incanto del silenzio iniziale.
Un’opera che conferma la capacità dell’autrice di abitare il dolore con una dignità estetica che non teme di mostrare le proprie crepe.
— Kairòs, 25 febbraio 2026





